Europa 2020

Nei giorni scorsi l’Unione Europea ha varato Europa 2020. I paesi membri, come al solito, sono stati invitati a investire maggiormente in ricerca e sviluppo(3%), investire in una politica per la società della conoscenza come fulcro dell’economia europea dei prossimi anni.

La ricetta è sempre quella e gli inviti si continuano a ripetere da anni ma poi gli stati membri continuano a fare come credono. In questa Europa che è unita ma quanto basta per non esserlo.

Quando ho letto le notizie di Europa 2020 mi è venuta in mente la politica del governo Berlusconi e ho pensato che fossimo stai espulsi dal’Unione Europea. Continuiamo a spendere troppo poco in ricerca (non arriviamo nemmeno all’1%) e il governo ha ridotto anche quest’anno gli investimenti. Il settore privato fatto di imprese fortemente manifatturiere e piccole, perlopiù gestite da imprenditori autodidatti, non riesce a uscire da una strategia basata sui bassi costi di produzione, “terzismo”, con eccezioni nei mercati del lusso che, tuttavia, segnano sempre di più il passo. Il settore privato dovrebbe investire molto di più in ricerca e sviluppo, comprendere che i beni prodotti (anche quelli manifatturieri) devono interiorizzare un livello di conoscenza e innovazione sempre maggiore per essere competitivi. Lo Stato dovrebbe fare una politica per aumentare il livello di formazione in tutto il paese, proprio in considerazione della così diffusa presenza di imprenditoria è necessario che il livello formativo sia capillare, elevato, in grado di aumentare la capacità delle imprese di comprendere il mondo che le circonda.

E’ finita l’epoca dell’artigiano che diventa piccolo industrialotto, il mondo sta cambiando ed è necessario che anche il nostro modello produttivo cambi. Eppure il governo ha approvato una norma sull’apprendistato che consente di completare l’obbligo scolastico con l’apprendistato. Uno scandalo.

Curioso di capire quale fosse la posizione del governo italiano sul Europa 2020 sono andato sul sito del governo e ho trovato:

La strategia Europa 2020, lanciata oggi dalla Commissione europea, individua gli strumenti e i percorsi più adatti per il rilancio dell’economia.

Il Governo italiano condivide e sostiene questa strategia: innovazione, centralità della piccola e media impresa, conquista dei mercati internazionali, valorizzazione del turismo saranno fondamentali per la competitività delle aziende.

L’occupazione generata dagli investimenti nelle nuove tecnologie sarà vera e duratura. E in questa strategia europea il Governo è convinto che il sistema produttivo italiano, fondato proprio sulla piccola e media impresa manifatturiera, potrà giocare un ruolo da protagonista.

Un comunicato che parla di manifattura e di turismo. TURISMO!?!? ma che c’entra?

In Europa parlano di economia della conoscenza e il governo italiano, come ormai ci ha abituato, non riesce nemmeno a capirne il contenuto.

Germania e Francia hanno unito le forze per avviare un programma di investimenti di 10 mld di euro in innovazione e sviluppo per superare la crisi e diventare competitivi nei prossimi anni. Uno sforzo che li sta premiando sia nel breve termine con un sistema industriale che sta riprendendo a crescere, sia nel lungo termine con investimenti nella direzione dell’economia della conoscenza. La Germania, che è forse la prima economia manifatturiera al mondo, ormai da diversi anni è anche il paese dove ci sono importantissime imprese software mondiali (SAP), è all’avanguardia nelle energie rinnovabili e in molti prodotti tecnologici, nella ricerca scientifica.

L’inesistente politica economia di Tremonti ci sta portando in una situazione molto pericolosa. In questa crisi stiamo depauperando ricchezza e, contemporaneamente, perdendo competitività. Con il tasso di crescita degli ultimi quindici anni (zero virgola qualcosa) per ritornare al PIL del 2008 (2 anni fa) dovremmo aspettare, secondo previsioni ottimistiche, il 2014 (tra 4 anni). Ma nel 2014 il mondo sarà cambiato e le economie dei paesi industrializzati si saranno riorganizzate mentre la nostra ancora arrancherà tra il mio delle grandi opere e quello del turismo (tra l’altro le due cose nemmeno stanno insieme perché non è raro vedere grandi opere che fanno scempio del territorio).

E’ urgente un cambio di passo, una classe dirigente che abbia la volontà di costruire il nuovo e che veda il futuro come qualcosa a cui non possa rinunciare. In Italia abbiamo tutte le energie per fare il salto ma è prima necessario che il vecchio sia spazzato via.

Tags: berlusconi, economia, ict, Innovazione, Politica, sapere, scuola

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IPad e l’internet sul muro…

Ho la fortuna di aver cominciato a lavorare con i computer quando nel 1980 uscì il primo Sinclair ZX80. Il primo home computer. Da quel momento ne ho visto di cose e di evoluzioni.

A fine degli anni ‘80 ho cominciato ad affacciarmi prima sulle BBS e subito dopo su internet quando ancora l’interfaccia grafica era un miraggio, si pagava 50 lire ad email e il massimo del divertimento era l’anonymous ftp.

Ho lavorato con html quando ancora mosaic (il primo browser web) era in versione beta e da allora in avanti fino ad oggi.

Internet è sempre stato qualcosa a cui collegarsi con un filo e ancora oggi per molti versi lo è anche se i dati di vendita e diffusione ci dicono che il collegamento mobile sta estendendosi a vista d’occhio. La nascita dei social network (la vera applicazione killer che consentirà la diffusione della rete contrariamente a quanti ancora la menano sull’IP TV) è emersa di pari passo con la diffusione di internet sui cellulari, del wifi libero nelle grandi aree urbane (quelle all’estero perché da noi il governo è riuscito a legiferare sulle leggi della fisica attraverso il decreto pisanu limitando le onde radio).

Internet nei prossimi anni andrà sempre di più diffondendosi sul mobile. Lo vedremo sulle automobili che sostituisce gli schermi con i dvd che vediamo su alcuni poggiatesta, o nel cruscotto per dare notizie sul traffico e sulla navigazione. Internet sugli autobus, in treno, per strada.

In un mondo ip v6, con una infinità di indirizzi ip disponibili per ogni metro quadrato della sfera terrestre chi si metterà seduto alla scrivania attaccato con un filo ad una parete di casa?

Stasera ho visto il video su come funziona l’Ipad, la sua interfaccia e le sue caratteristiche sul sito di apple. E’ istruttivo aldilà del prodotto in sé (come spesso accade da Apple azzeccato) la presentazione è incentrata da una persona che naviga dal suo comodo divano di casa. Internet del futuro è tutto qui, navigare e avere uno spazio di socialità che non sia legato ad una scrivania ma ovunque. Ma Internet mobile significa cambiare il modo nel quale le aziende lavorano con sempre più processi aziendali spostati fuori dall’azienda, reti di aziende, servizi diffusi. Significa ripensare il modello di e-government e la stessa organizzazione dello Stato. Significa nuove energie e intelligenze in movimento.

La domanda su ip v6 non è solo una domanda commerciale, su come cambiano i media o le nostre abitudini. E’ anzitutto una considerazione di politica economica complessiva. Se internet è ovunque e il suo uso è nomadico allora la rete di trasporto di internet non può essere incentrata alla fibra nelle case.

Con l’evoluzione delle tecnologie di compressione dei dati e quelle di trasmissione radio (tutti questi dispositivi ancora funzionano con tecnologie radio abbastanza rudimentali, ormai si stanno affacciando enormi potenzialità in termini di larghezza di banda e di distanza) sempre meno cittadini saranno spinti a comprare connessioni veloci a casa ma apparecchi con connessioni mobili. Un po’ come molti utenti hanno disdetto l’abbonamento al telefono fisso per avere solo cellulari.

Non credo molto al futuro di una rete di ultimo miglio basata in fibra, può essere necessaria verso le aziende anche piccole, alcuni utenti più sofisticati ma tendenzialmente il futuro è sul wireless. Anche le compagnie di telecomunicazioni non possono che prenderne atto prima di subirne le conseguenze. Questo comporterà che molti degli investimenti in fibra che si stanno facendo in giro nel mondo in questo settore, se non vengono messi a frutto in pochi anni, rischiano di diventare fallimenti economici di non avere ritorni economici se non con imposizioni di tariffe alte agli utenti.

Allora noi che di investimenti sulla fibra ancora non ne abbiamo fatti poi tanti cosa dovremmo fare? Sull’innovazione o sei primo o sei ultimo. Se sai di partire in ritardo la cosa migliore da fare è quella di studiare una strada diversa dal tuo competitor altrimenti non puoi che arrivare sempre dopo.

Investire in fibra nelle case con i grandi disegni e modelli che riprendono progetti di più di 10 anni fa (come socrates che era avveneristico alla fine degli anni ‘90 ma oggi e solo nostalgia) significa spendere molti soldi in buche, comprare apparati di aziende cinesi di tecnologia, tanti soldi in opere civili ma poi non rimarrebbe più nulla. Magari la fibra ha senso nei grandi agglomerati urbani ma, a mio modesto parere, il futuro è altro.

Come paese dovremmo fermarci un attimo e metter a fattor comune le enormi competenze sul wireless che abbiamo (i centri di ricerca di siemens, ericcsson e motorola stanno o stavano in Italia più tante aziende che fanno radio per il militare e l’aereospazio, ecc) e lanciare la sfida agli altri. Fare dell’Italia un enorme laboratorio di innovazione sul wireless, fare una politica delle frequenze radicale e innovativa (tutto il contrario di quello che si sta facendo ora con lo spreco di frequenze per il digitale terrestre), spingere affinché le frequenze siano il più possibile libere in importanti “pezzi” di spettro lasciando liberi gli operatori di provare nuovi standard o adattare anche gli attuali. Dovremmo definire un modello di banda larga mobile investendoci sopra, disegnando e realizzando l’internet mobile del futuro. Diventare leader nella tecnologia, nel software di compressione (mpeg è nato in Italia), nei software per dispositivi mobili. Avremmo bisogno di un piano straordinario di un miliardo di euro su questo, 5-10 anni per fare diventare tutto ciò realtà concreta. Potrebbe diventare  ciò che l’uomo sulla luna è stato per gli USA, una grande occasione per fare in modo che il nostro paese esca dalle secche della crescita dello zero qualcosa del PIL, dalla cronica incapacità del mondo del lavoro di assorbire qualificate professionalità in favore di lavori e prodotti che competono con i cinesi, dalla cronica incapacità delle nostre imprese di fare innovazione e costruire nuovi prodotti/servizi pensando che un buon vino o un paio di yacht possano consentire all’Italia di galleggiare su un minimo di benessere.

E questo significa anche costruire un bagagli di know-how, professionalità, prodotti-servizi da esportare in tutto il mondo, significa pensare di tornare a produrre tecnologia in Italia mista a design come è accaduto grazie ad Olivetti e alla sua capacità di visione, di rischio. Significa disegnare il futuro senza aspettare di subirlo crogiolati nella putrida conservazione dell’esistente che si sta degradando sotto i nostri occhi.

E’ tempo di rischiare ed investire sul futuro. Da questa crisi o si esce che con una forte discontinuità o si rimane affogati, non è più tempo di galleggiare ma “ volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino” (Divina Commedia, Inferno XXVI).

Tags: attualità, banda larga, economia, Innovazione, Politica, rete

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Il Digitale Terrestre e l’innovazione

Finalmente la Televisione Digitale Terrestre è arrivata. Finalmente la popolazione italiana può accedere al “magico mondo” delle nuove tecnologie di frontiera, al ventunesimo secolo “casareccio” e provinciale italiano.

Quando se ne è cominciato a parlare ero perplesso sull’utilità di questo servizio adesso la perplessità è passata: il servizio è inutile anzi dannoso.

Inutile perchè non ha aperto il mercato a nuovi player televisivi o nuovi canali, nel senso che tutti quelli che entrano nel DTT avebbero tranquillamente potuto essere presenti sulla piattaforma satellitare così comoda e anche così economica.

Dannoso perchè il passaggio al DTT non è stato accompagnato da una razionalizzazione del piano delle frequenze tale da recuperarle per l’uso più intelligente della banda larga. Le frequenze pregiate della televisione rimangono imbrigliate nella televisione con canali che programmano in parallelo lo stesso programma, il programma di un’ora prima in replica, la replica del giorno prima, lo stesso programma in HD, il programma di molti anni fa, il materiale di magazzino che nessuno avrebbe mai voluto vedere e che poteva tranquillamente essere disponibile su internet. Il progresso inarrestabile…

In un Paese come il nostro in cui è così difficile cablare per come è fatto il territorio e, di contro, è così più facile coprire in wireless (ormai gli operatori di telefonia mobile coprono quasi tutto il territorio) il recupero delle frequenze sarebbe stato la manna dal cielo. Eppure si è deciso (ed uso l’impersonale così non faccio nomi) di favorire un’altra volta la televisione ad altri sistemi di comunicazione. Mentre la banda larga è uno dei fattori riconosciuti di crescita del PIL la televisione non sembra avere gli stessi effetti, eppure l’Italia è fatta così sceglie ciò che non scomoda qualcuno anche se scomoda molti.

Dal punto di vista televisivo per ora abbiamo solo decuplicato i canali-replica. Un panorama bizzarro come quello italiano nel quale nei grandi centri urbani puoi trovare ad ogni ora del giorno e della notte simpatici venditori di tappeti o gioielli, oppure utilissimi programmi sportivi che scimmiottano quelli delle reti maggiori si sentiva la mancanza di centinaia di canali TV vuoti di contenuti. Già perché il problema è il contenuto e su quello ci vorrebbe un mercato più aperto. Invece chi produce contenuto sono pochi soggetti (endemol, Magnolia).

Gli stessi risultati potevano essere ottenuti mandando un nuovo satellite di trasmissioni televisive, lo standard è lo stesso. Anziché finanziare i decoder si potevano finanziare le parabole e il decoder. Che poi, cosa ancora più aberrante, dopo aver creato tutto questo cataclisma del DTT si è pensato bene di fare la piattaforma satellite TVTV che trasmette il DTT da satellite. Solo un folle poteva pensare una cosa simile e noi siamo la follia fatta stato su questo tema.

Ma non era meglio, ingenuamente mi chiedo, lasciare solo tre canali analogici, recuperare tutte le frequenze per la banda larga (a cominciare dal wimax) e spostare la televisione sul satellite? E ancora, mi chiedo ingenuamente, no era meglio fare una legge che obbligasse la riassegnazione delle frequenze recuperate per il wimax e le nuove tecnologie di banda larga mobile assegnandole con meccanismi POCO costosi. E ancora ingenuamente, visto che le frequenze wi-max le abbiamo assegnate con la gara più costosa di Europa in un Paese che già di per sé è costoso coprire, potevamo trovare il modo di regalare delle frequenze ex televisive agli operatori che si sono svenati per comprare licenze e che oggi non hanno più soldi per fornire il servizio? Ma gli ingenui non dovrebbero vivere in Italia, in Italia siamo tutti furbissimi..

Tags: attualità, banda larga, ict, Innovazione, Politica, rete

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