cultura industriale

ieri sono andato al convegno sulle smart cities di ANCI. Un convegno interessante e utile, tuttavia la cosa che mi ha fatto maggiormente riflettere é stata l’elenco dei relatori.Ovviamente i relatori erano sindaci e assessori che discutevano di come, attraverso le smart cities, le loro città potevano far vivere meglio i loro abitanti. I dati facevano riferimento al fatto che nella UE lla maggior parte della popolazione vive in città e che le città vengono indicate come il maggior luogo di sviluppo.

Personalmente vedo che l’Italia é un pochino diversa, la sua popolazione é sparsa sul territorio in modo omogeneo, la nostra città piú grande é una media città all’estero. Abbiamo moltissimi comuni con pochi abitanti e gli italiani spesso abitano in piccole cittadine, piú che smart cities servono smart communities e qualcuno l’ha detto per fortuna.

Ma ció che piú mi ha impressionato é l’assenza di imprese italiane che parlavano. Su tre aziende invitate a parlare due erano straniere. Questo malgrado le eccellenze in ricerca, sviluppo e impresa che abbiamo sul territorio. Abbiamo dei grandi talenti e delle grandi capacità che non riescono a fare impresa

I nostri amministratori hanno discusso di come trasformare la città, hanno espresso visioni importanti ma senza la presenza delle nostre università e delle nostre imprese rischiamo di diventare dei clienti di tecnologia. Il ministrop Profumo, nel suo intervento finale, ha posto l’accento su questo tema.

Sempre piú spesso sento parlare di innovazione come applicazione di tecnologia senza tenere conto di quanto sia importanza la domanda pubblica per far ripartire l’industria. L’Italia sembra aver perso la sua cultura industriale, incapace di vedersi come soggetto in pirma persona che produce prodotti (tangibili o intangibili) e li vende all’estero. Eppure solo in questo modo saremo in grado di finanziare il nostro sistema e il nostro modello sociale. La politica deve mettere al centro questo elemento quando pensa alla spesa sociale, non possiamo piú permetterci di chiedere tasse per comprRe prodotti fatti in altre parti del mondo o per

Quello che deve preoccupare Martone

Quello che deve preoccupare Martone non sono quelli che a 28 anni non hanno preso la laurea ma quelli che dopo averla presa non studiano più tutta la vita. Un viceministro del lavoro dovrebbe preoccuparsi di esortare tutti a studiare tutta la vita, dovrebbe promuovere una legge per la formazione continua che prenda atto che il percorso formativo come è oggi è ormai inutile.

Non siamo più nella società nella quale le conoscenze accumulate all’università bastavano per tutta la vita, anzi è necessario che vengano continuamente arricchite. Se vogliamo dirla tutta anche il modo di studiare all’università e in tutto il percorso scolastico serve a poco, le grandi scoperte e i progetti della società della conoscenza presuppongono sempre un gruppo di lavoro, competenze e punti di vista che si confrontano tra loro. La scuola dei compiti che non bisogna copiare, delle interrogazioni individuali, della meritocrazia dei voti e del nozionismo non serve quasi a nulla. A cosa serve “insaccare” nella testa degli studenti libri pieni di nozioni che rischiano di dimostrarsi vecchie prima che finiscano il ciclo scolastico e non abituare la testa a divorare e integrare conoscenze diverse, a promuovere la creatività, ad avere un aproccio critico ai problemi?

Martone ha detto una cosa offensiva per tutti i giovani e le persone che non possono permettersi una vita da figlio di papà, che non possono accedere alle migliori scuole e non hanno dei genitori che possono seguirli durante tutto il ciclo scolastico.

Un vecchio discorso per me che spesso mi sono trovato a discutere di come livelli sociali diversi determinano opportunità diverse di realizzazione, dai tempi di Don Milani che si discute di questo. Eppure oggi il bimbo prodigio del governo italiano ci insegna che il problema è solo “volere e potere”, sei un perdente se non hai successo. Eppure basterebbe l’esempio di Einstein o Steve jobs, anzi forse se ascoltasse il discorso di Jobs a Stanford forse capirebbe che significa essere bimbi prodigio.

I veri bimbi prodigio non sono quelli che nel comodo di una vita agiata diventano “brai” ma quelli che si riscattano malgrado tutto, quelli che non mollano mai magari partendo da una periferia ghetto di questa Italia, da un Sud o un profondo Nord dove è difficile arrivare a fine mese e riescono a pagarsi gli studi con il lavoro per arrivare da qualche parte. Il prodigio del quotidiano è molto più difficile del “prodigio” di papà.

Francamente di questi giovani alienati dalla realtà che si trovano catapultati da qualche parte come per un miracolo divino siamo un po’ stanchi, di discorsi sulla meritocrazia da parte di chi non ha mai rinunciato alla settimana bianca a cortina non ne possiamo più. Ci vuole rispetto profondo rispetto. Forse chi ha incarichi pubblici dovrebbe periodicamente passare un periodo ad aiutare la comunità di S. Egidio, andare nel volontariato di strada, entrare un mese in fabbrica alla catena per capire cosa significhi. L’università della vita è un percorso che forma molto di più di una prestigiosa università privata.

Martone potrebbe cogliere l’occasione per lavorare ad una proposta di legge sulla formazione continua, magari chiedendo all’attuale assessore all’innovazione e cultura di Genova Andrea Ranieri che ne presentò una nella passata legislatura. Soprattutto potrebbe chiedere di fare un giro in una fabbrica o nel mondo del precariato a poco prezzo per una settimana, non gli chiediamo di lavorare ma di frequentare chi lo fa. Sarebbe già sufficente.

L’uomo giusto

Non contesto la figura di Monti che è in questa fase forse necessaria. E’ bastato che risuonasse il suo nome per cominciare il processo di beatificazione nazionale e internazionale. Va benissimo basta che non si pensi che possa risolvere tutti i problemi, aprire il Paese ad una nuova fase, ricostruire ciò che ha distrutto questo maledetto ventennio.

Monti è una base di partenza, qualcuno che rimette in moto la macchina e porta il paese sulla strada dopo il deragliamento ma troppi sono gli ostacoli, i modi di fare, le persone, i poteri che non vogliono cambiare. Non è un uomo solo al comando che risolverà la crisi italiana, non saranno le prossime elezioni da sole. Sarà solo uno scatto di orgoglio, un movimento riformatore enorme, centinaia di migliaia di persone disposte a muoversi in prima persona. Sarà necessario scendere in piazza per protestare contro i tassisti o gli autotrasportatori che vogliono difendere i loro privilegi, contro gli avvocati, i farmacisti, contro i notai. Non facciamoci illusioni non basteranno le leggi a sbloccare il paese, ci saranno “franchi tiratori” e deputati da scaffale disposti a vendersi per una cena di gala o un mutuo risolto. Questo ci sarà ancor per molto tempo. Servirà scendere in piazza contro le poche famiglie che controllano le borse, le banche, i grandi giornali, le grandi imprese, che hanno concentrato il 50% della ricchezza del paese nel 10% della popolazione. Servirà essere determinati a smontare gli intrecci societari che impediscono sul nascere la concorrenza nel nostro paese, che vedono le stesse duecento persone circa sedersi nella gran parte dei consigli di amministrazione del Paese.

Se qualcosa ci deve insegnare questo ventennio è che non possiamo più affidarci ad un uomo solo, che abbiamo bisogno di una democrazia collegiale, ETICA, matura. Dobbiamo metterci in testa che i partiti vanno regolati da meccanismi comuni e trasparenti e non basta più che qualcuno li abbia ma è necessario che tutti debbano averli per legge. Abbiamo bisogno di spazzare via l’affarismo, il furbismo, chi campa costruendo piccoli poteri di rete e relazioni per appropriarsi di ciò che non meriterebbe. Dobbiamo fare spazio al lavoro e all’impegno, a quelli che ogni giorno costruiscono qualcosa sia esso un servizio, un prodotto, una relazione per migliorare il loro benessere migliorando quello di tutti.

Dobbiamo essere consapevoli che il governo è un piccolo luogo dove si esercita il potere, ma molti luoghi sono nei salotti buoni, nelle cene, nelle congiure di palazzo, nella dirigenza della PA inamovibile e irresponsabile, in quel sottobosco nascosto ma presente che vuole mantenere l’Italia soggiogata ai propri interessi. Abbiamo bisogno di diventare almeno un paese europeo (niente di sconvolgente apparentemente) anche con i loro difetti ma dobbiamo essere consapevoli che non possiamo più permetterci il lusso di rimanere così. Questo sono fondamenta che non sono né di destra e né di sinistra, anche se il centrosinistra lo dice da anni e qualcosa ha provato a farlo.

Benvenga Mario Monti, benvenga una nuova fase politica ma non possiamo più galleggiare facendo finta che sia acqua. E’ necessario che l’italia si rimetta a correre e chi la vuol bloccare va messo da parte.

 

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