il GRID, la Rete e il CLOUD

Il nuovo paradigma di cui assistiamo l’imporsi è il paradigma della “intelligenza diffusa”(anche se guardando la televisione non sembra affatto…). Un paradigma che vede la rimessa in discussione di molte delle strutture organizzative e tecnologiche degli ultimi decenni.

La tecnologia è strumento di cambiamento organizzativo ma, quasi allo stesso tempo, conseguenza di assetti organizzativi nuovi. E così, ad esempio per la rete elettrica, si fa sempre più largo il paradigma del GRID ovvero di un sistema non basato su poche grandi centrali elettriche che producono energia per tutti ma di sistemi più piccoli e diffusi sul territorio che producono energia e si compensano l’uno con l’altro dove sia necessario. La rete elettrica costruita secondo un modello gerarchico che vede nodi principali frammentarsi fino alle derivazioni sembra non essere adatta a sistemi distribuiti dove ogni nodo può essere consumatore ma anche produttore di energia per gli altri. Una rete elettrica basata sul modello del GRID è altamente più affidabile, meno soggetta ai black-out, più sicura e, cosa non indifferente, anche in grado di produrre enrgia con costi minori in modo rinnovabile. Il modello del GRID è conseguenza della necessià di produrre energia rinnovabile, di produrla diffusa sul territorio e della possibilità, offerta dalla tecnologia, di aumentare il grado di “intelligenza” della rete.

Il modello del GRID è usato ormai da anni nei computer, esistono molti esperimenti internazionali che chiedono agli utenti di installare una piccola applicazione agli utenti su internet e contribuire in questo modo alla “donazione” di capacità elaborativa. Tutto questo funziona e consente a dei semplici PC da casa di far parte di potenti sistemi di calcolo complessi che sono in grado di erogare performance notevolmente più alte dei sistemi centralizzati ma, soprattutto, di continuare a funzionare e adattarsi se una parte dei sistemi si spegne o è occupato da altri calcoli.

Tecnologie che emulano il sistema adattivo del cervello in qualche modo. Le reti neurali intese come nodi di calcolo che collaborano da pari, diventano sempre più il paradigma per rispondere meglio a situazioni complesse e questi sistemi diventano anche modelli organizzativi. L’imprendibilità di al quaeda e la sua capacità autoadattiva dimostra l’efficacia di questi sistemi organizzativi anche rispetto a sistemi organizzativi tradizionali “ad alta efficenza” come l’organizzazione dell’esercito.

La stessa internet, nata per rispondere a situazioni critiche è tecnicamente organizzata con un modello di “peer”(Somebody or something who/that is at an equal level) che comunicano tra loro. La struttura internazionale di internet è data dalla collaborazione, secondo semplici regole, tra i diversi nodi. Solo con la progressiva privatizzazione della rete e la sua diffusione è emersa la gerarchizzazione della rete dove esistono un numero  di nodi che dipendono dagli operatori di telecomunicazione in modo gerarchico (anche perché gli operatori sono organizzati topologicamente come nella fonia). D’altra parte ad una rete di pari è più difficile imporre condizioni commerciali.

La struttura di internet consente alla rete di adattarsi quasi da sola nel caso alcuni nodi non siano disponibili e continuare a funzionare anche in condizioni molto critiche. La sicurezza di una rete così fatta è altissima così come l’affidabilità.

A questo modello di internet così basato sul peer-to-peer si è contrapposto un modello di centralizzazione dei servizi in rete. La nascita di nodi sulla rete che concentrano servizi a disposizione degli utenti. Il CLOUD altro non è che la nascita di di aggregati elaborativi che rendono disponibili ai computer di casa i servizi. i computer di casa hanno sempre meno necessità di avere capacità elaborativa e sempre più necessità di avere banda larga. In questo modo si rendono commerciabili i servizi ad un mondo che sta progressivamente apprezzando il paradigma dell’open source e che dunque è sempre meno disposto a comprare software. Il software aperto costituito da comunità di utenti autoorganizzate che sono in grado, senza un centro direzionale apparente, di creare e produrre beni di alta qualità e con un ottimo livello di produttività. Il modello organizzativo è paragonabile ad un GRID in cui ogni utente cede una parte del suo tempo elaborazione libero alla comunità producendo collettivamente nuova conoscenza.

Altro fenomeno che si accompagna al GRID è il cosidetto web 2.0. La produzione diffusa di contenuti da parte degli utenti è diventata un vero fenomeno. Con la disponibilità di tecnologie che consentono la gestione dei contenuti in modo sempre più semplice (le piattaforme blog, i social network, ecc.) la produzione di conoscenza avviene sempre più nei stessi luoghi del consumo. Nei fatti la conoscenza si avvia ad essere sempre più scambiata e arricchita tra pari e sempre meno fabbricata in centri di produzione culturale. Un modello che sta sconvolgendo l’industria che ruota intorno al copyright nata quando la riproduzione e produzione di conoscenza era molto costosa e necessitava una tutela diversa da ora.  Questo modello si sta diffondendo perfino nella ricerca scientifica dove esistono ormai modelli organizzativi che chiedono a studiosi di contribuire ad un progetto condividendo le proprie conoscenze in una comunità. Anche qui cade il modello fordista della “one best way” e prende piede un modello “emergente” di conoscenza scientifica che presuppone una diffusione più elevata di conoscenza nella società. Un bel libro che ne riprende diversi concetti è wikinomics.

Anche dal punto di vista della banda larga le tecnologie si stanno progressivamente orientando verso modelli meno gerarcici e più “intelligenti”. Le tecnologie wireless stanno diventando sistemi mesh, sistemi che mettono l’utente all’interno di una “maglia” con copertura internet e che, in modo intelligente, decidono quale è il percorso migliore per andare sulla Rete. Sistemi che non prevedono un modello gerarchico di connessione ad internet ma un modello a rete nel quale più punti di ingresso ala Rete sono utilizzati contemporaneamente in proporzioni diverse secondo le esigenze del momento.

Molte delle cose che abbiamo detto prima attualmente utilizzano una rete che topologicamente è costruita sulla base della rete telefonica analigica. Il sistema attuale della telefonia fissa è costruito secondo una topologia gerarchica nella quale i flussi vanno dall’utente finale al centro perchè nei centralini telefonici i fili vanno messi insieme e interconnessi da commutatori meccanici che consentono a due utenti di parlarsi. Nella telefonia analogica è necessario collegare il filo del microfono di un trasmettitore con il filo dell’auricolare dell’altro. La tipologia è rimasta la stessa quando è venuta la rete digitale perché costava troppo cambiarla e i risultati erano buoni poiché anche nel digitale esisteva una gerarchica tra server e client. on il tempo il concetto di server e client è venuto meno e ogni singola macchina è un nodo server/client. Oggi questo modello comincia a far fatica perché sempre più spesso sono gli utenti a produrre contenuti e la rete è pensata, in massima parte, per portare i dati agli utenti.

Il futuro avrà bisogno di  topologie differenti e vedrà la concorrenza delle tecnologie arrivare a casa degli utenti. Il futuro avrà bisogno di una topologia a maglia in cui ogni nodo può essere connesso a flussi concorrenti. L’ultimo miglio è uno dei principali colli di bottiglia del sistema e dunque un piano di infrastruttura di banda larga dovrebbe ragionare con questa visione prospettica. Quando le nostre case dipenderanno sempre più dalla loro connessione alla rete o perché la lavatrice si scaricherà la nuova versione dei programmi di lavaggio o perché il misuratore di pressione del nonno sarà connesso remotamente allo studio del medico di famiglia, non potremo permetterci di avere inteerruzioni o ritardi.

Il tema della neutralità della rete è in parte figlio di una infrastruttura gerarchica, se esistesse una rete ridondata nell’ultimo miglio i dati troverebbero il percorso più veloce a seconda della tipologia di traffico. Infine il tema della privacy che diventa critico in una rete in mano ad una sola organizzazione. Qui la moltiplicazione degli accessi consente di minimizzare il rischio di venire spiati e intercettati indebitamente, mentre non cambierebbe nulla per le normali operazioni di polizia

Anche dal punto di vista tecnologico si dovrebbe cominciare ad uscire dal paradigma della “one best way” di progettare/pensare la rete. Sarà presto necessario porsi il problema di un modello che si adatta al cambiamento di abitudini dei suoi nodi consentendo l’emersione di usi e applicazioni notevolmente differenti.

Così i fantomatici 800 milioni per la banda larga dovrebbero essere spesi cercando di uscire fuori dalla logica dell’operatore classico, del sistema gerarchico, del “modo migliore” di portare banda agli utenti. In realtà non esiste un “modo migliore” ma una pluralità di “modi migliori”. E’ necessario allora che un piano banda larga sia anzitutto un grande piano di governance delle telecomunicazioni che fissi regole puntuali per tutti i soggetti interessati, che stimoli tecnologie diverse (preferendo quelle più di frontiera in modo da diventare una leva di politica industriale), che crei un sistema “coopetitivo” tra operatori e soggetto pubblico. “Coopetitivo” nel senso che, fissate regole chiare e costituito un soggetto motivato e capace di farle rispettare, ogni attore interessato può costituire la rete nelle forme che meglio crede collaborando (in modo cosciente o meno) ad obiettivi comuni (coprire tutti gli utenti con un livello di qualità crescente e costi decrescenti) ma strade anche diverse. In questo modo si potrà avere una rete in grado di essere maggiormente affidabile, reggere meglio gli sviluppi futuri, sopportare le evoluzioni che noi oggi possiamo solo abbozzare, offrire il meglio dal punto di vista del servizio.

Dovremmo pensare ad una rete in grado di essere ridondante, con nodi collegati attraverso percorsi multipli (seguendo l’idea originaria del protocollo TCP/IP) fatti di tecnologie diverse (fibra, rame, powerline, wimax, hyperlan, lte, ecc…). Il futuro ci metterà a disposizione tutte queste tecnologie e sarà importante padroneggiarle tutte.

Purtroppo quando si sente parlare di banda larga spesso sembra che si parli di un progetto realizzato molti anni fa e non di un qualcosa che deve ancora venire. Con il piano Caio si sono accolte molte delle sollecitazioni che molti di noi hanno sollevato alcuni anni fa ma credo che si debba andare oltre e pensare un insieme di interventi che abbiamo due obiettivi concordanti: una offerta di banda larga minima in ogni angolo del Paese su cui gli utenti possono scegliere la migliore; cogliere l’opportunità per fare di un gap negativo (la diffusione della banda larga) una opportunità per posizionare la nostra industria tra i principali player internazionali. Il secondo obiettivo è figlio di un piano banda larga che non sia scopiazzato da quello che altri hanno pensato molti anni fa e che invece abbia una visione del futuro sapendo immaginare il nuovo.

Questo compito no può essere affidato solo a tradizionali ingegneri (detto così è schematico ma non basterebbe un libro a spiegarla e allora..).  L’ingegneria tradizionale è anche essa figlia del fordismo, presuppone esistano delle variabili chiare e un processo altrettanto chiaro di calcolo. In realtà qui sono chiare le specifiche e il modo per realizzarle è incerto e muta continuamente sulla base dei mutati comportamenti sociali di chi usa la rete. Ecco allora che non è utile pensare ad una azienda che costruisca la rete che tutti utilizzano perché la tecnologia, in questo caso, è una parte del modello sociale di chi la usa. E’ necessario pensare la rete con un grande processo “coopetitivo” nel quale più soggetti si confrontano facendo. E’ necessario partire con nuove variabili (per esempio chi ha detto che le centrali telefoniche attuali siano nel posto giusto per farci arrivare la fibra e non vi siano altri punti nel quali è più conveniente arrivare per connettere nodi in wireless o in altre tecnologie) e lasciare che il sistema si sviluppi liberamente.

Se anziché finanziare la realizzazione, facendo un’ipotesi tutta da verificare e solo a titolo di esempio,  si finanziasse la domanda di rete degli utenti e di fissasse la regola che la banda minima garantita debba aumentare del 10% ogni due anni coprendo il 100% del territorio e con l’etica di offrire un servizio all’avanguardia con i massimi livelli di servizio ci troveremmo in uno scenario diverso e nuovo. Si potrebbe dare un bonus agi utenti in digital divide per abbonarsi per due o tre anni all’operatore che ritengono migliore. Gli operatori sarebbero messi tutti nella condizione di avere utenti e dunque di avere un territorio “economicamente conveniente”. Gli investimenti diventerebbero giustificati e, chi non li fa, sarebbe condannato a perdere clienti sicuri. Questo comporterebbe la creazione di infrastrutture in competizione tra loro su tecnologie diverse e secondo uno schema oggi non ipotizzabile generando novità tecnologiche, innovazione, competizione, qualità. In una situazione di questo tipo potrebbero facilmente innescarsi investimenti in nuove tecnologie o forme organizzative se la legislazione non le bloccasse.

Forse dovremmo cominciare a ragionare su questi temi con qualche vincolo in meno.

“Per capire che una risposta è sbagliata non occorre un’intelligenza eccezionale, ma per capire che è sbagliata una domanda ci vuole una mene creativa” – Macchiavelli e i dirigenti di azienda- Anthony Jay 1968 Ed. Rizzoli

Tags: banda larga, economia, ict, Innovazione, Politica, rete, sapere

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il monopolio della rete

Tutto è pronto per il monopolio della Rete. Ci sono i debiti della Telecom da spalmare sui cittadini, ci sono i “filosofi” delle telecomunicazioni pronti a spergiurare che la concorrenza di infrastrtture non è possibile, ci sono brillanti economisti che riportao la realtà alle formule dei libri e non viceversa.

Tutto è pronto per dichiarare che è necessaria una sola impresa che da conessione di rete a tutti gli italiani e che questo significa rendere più competitivo il Paese. E’ ormai da molti anni che questo tran tran lo sentiamo dire da persone diverse (molte in buona fede, molte in mala fede) e che un pezzo della politica (trasversale) ha cominciato a sostenere queste argomentazioni.

Io non sono per niente d’accordo con questa impostazione anzi credo che che sia fondamentale perseguire la concorrenza delle infrastrtture come sostiene la Reding in Europa e come avviene in tutti i paesi dove la penetrazione della larga banda è maggiore della nostra. Anche in Gran Bretagna, fina a qualche anno fa presa a modello per sostenere la compagnia unica, il modello dell’operatore unico è in corso di abbandono per aprire il mercato a diversi operatori in concorrenza.

Ma quali sono le cause dell’arretratezza della penetrazione in Italia? La vera causa è il difetto di un mercato, non dimentichiamoci che gli operatori concorrenti a Telecom sono stati soffocati dalle iniziative anti-competitive del monopolista che (caso quasi unico in occidente ha il 90% del mercato). Il monopolista fonda i suoi guadagni in gran parte sul traffico voce o sul traffico internet nelle zone senza ADSL(e infatti chi  collegato con il modem paga molto di più di un abbonamento ADSL). L’operatore dominante ha potuto lasciare in malora la sua rete perché aveva la garanzia che nessun concorrente sarebbe potuto entrare in maniera preoccupante sul mercato. Telecom ha potuto comprare licenze UMTS, WLL e WIMAX facendo si che non potessero esistere canali alternativi alla rete in rame (di cui ha il record europeo). Una servizio di bassa qualità con costi altissimi. E pure dove fornisce il servizio ADSL lo offre con un livello qualitativo spesso inferirore ai suoi concorrenti e dichiarando velocità inesistenti, rassicurato dal fatto che non si è mai voluto fare una istituzione col compito di verificare che la velocità dichiarata fosse quella realmente offerta al cliente (in nome del libero mercato che c’è solo quando penalizza i consumatori!).

L’AGCOM da quando  stata creata non è stata capace di garantire nessun criterio di mercato ma solo di avvantaggiare il forte di turno e anche la gara WIMAX ha visto vincere le licenze solo queli che potevano spendere cifre esagerate. E’ stata una fortuna che ci siano state aziende che con capitali esteri hano saputo strappare le licenze a fininvest e telecom e sarebbe una fortuna se riuscissero a prendere il volo ed espandersi. L’AGCOM da qualche tempo la chiamo Autorità CARENTE delle Comunicazioni per la sua assoluta incapacità di promuovere il mercato e lo sviluppo di infrastrtture concorrenti.

Per citare solo alcune azioni che AGCOM potrebbe fare per aprire il mercato dovremmo elencare la liberazione di frequenze televisive a favore della banda larga (WIMAX e WI-FI), eliminare il meccanismo delle licenze per le radiofrequenze creando un insieme di regole che garantiscano l’operatività di operatori diversi, l’apertura di nuove modalità di trasferimento dati sul residenziale (attraverso il filo elettrico), la promozione di liveli minimi di servizio (ad esempio imporre che venga garantito all’utente almeno la metà della velocità dichiarata dall’operatore e verificarne il rispetto), fare in modo che le amministrazioni locali non impediscano e pongano balzelli alla infrastrutturazione del Paese, ecc.

Lo Stato dovrebbe fare la sua parte facendo un programma di costruzione di cavidotti e palidotti pubblici nei quali ogni operatore possa far scorrere i suoi fili (significa ridurre il costo dell’80%!).

Ma l’italia è un Paese dove chi imprende non vuole rischiare e aspetta mucche da mungere pubbliche. E’ molto più comodo fare gli operatori di internet senza avere internet! Se un abbonato te lo chiede lo si compra dalla compagnia Privata di Stato (pagata dai soldi pubblici ma proprietà di un “nocciolo duro di azionisti privati”) e la si rivende al 30% in più. Basta con investimenti, infrastrtture, tecnici, software, hardware; stiamo per costruire un grande franchising della rete.

Eppure il settore delle telecomunicazioni non è solo internet nelle case e nelle aziende ma anche un potente volano di investimenti ICT. Telecom è uno dei più importanti clienti di informatica in Italia e, negli ultimi ani che non ha investito, ha messo sul lastrico molte imprese. Per questo è importante che vi siano molti operatori in concorrenza, sarebe un modo per avere molti investimenti in ICT e un miglioramento continuo della qualità. Il monopolio non avrà alcun interesse ad investire in rinovamento tecologico e qualità perché gli utenti non potranno scegliere e presto saremo un paese nel quale tutti i cittadini avranno un internet scadente, inutile, malfunzionante..senza possibilità di appello e in nome dell‘italianità e del presunto monopolio naturale.

Quando sento parlare di italianità, parola tanto amata dal governo conservatore e spesso anche di quelli di centro-sinistra, sono spaventato e preoccupat perché ci leggo il mantenimento di un sistema sociale arcaico nel quale non esiste mobilità sociale, non esiste innovazione e rinnovamento, non esiste premio del merito ma solo affiliazione, disciplina, gerarchia sociale. Tutto il contrario di quello che andrebbe fatto per stimolare la creatività e l’innovazione, dove vi sia un movimento di idee e strati sociali.

La speranza dell’Italia è quella di entrare sul treno dele economie basate sulla conoscenza, magari saltare sul’ultimo vagone ma farcela. La Rete è uno strumento fondamentale di questa necessità ma nè i governi di destra nè quelli di centro-sinistra hanno saputo cogliere appieno questo nuovo paradigma (con le enormi differenze tra chi la osteggia e chi tenta con strumenti errati), quello che rischia di accadere provocherà la definitiva rinuncia a questo passaggio.

Come diceva un vecchi adagio “MEDITATE GENTE, MEDITATE….

p.s. ci sarebbero da dire molte più cose sul perché è un’operazione pericolosa, basti ricordare l’operazione Tavaroli e quello che potrebbe acadere con una sola rete ITALIANA.

Tags: banda larga, economia, Innovazione, Politica, rete

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Lo Stato e la banda larga

Ormai sembra fatta, si parla insistentemente di fare una rete di Stato (o quasi) che viene offerta a tutti gli operatori che faranno i servizi. Sarebbe troppo lungo in un post analizzare il perché sarebbe una sciagura dal punto di vista economico, dello sviluppo della rete e della libertà dei cittadini, provo a ad esprimere qualche dubbio al progetto.

1.Privacy

Ma dopo tutto quello che è successo con il caso Tronchetti-Tavaroli e le simpatiche registrazioni abusive ad uso dei potenti non meglio conosciuti voi vi sentireste al sicuro se ci fosse un soggetto para-pubblico che ha la sola rete presente in Italia? E chi ci garantisce che l’AD nominato dal governo di turno non assuma alla sicurezza un para-Tavaroli?

2.Monopolio

Il monopolio della rete è il più innaturale che c’è. I costi delle infrastrutture sono continuamente in calo e gli investimenti degli apparati richiedono politiche di aggionamento costanti (max 3-5 anni). Il soggetto che avrebbe la rete non ha nessun interesse ad aggiornare un bel nulla e una infrastruttura che inizialmente sembra veloce diventa un enorme accozzaglia di ferro (Telecom della ultima generazione ha fatto così abbattendo tutti gli investimenti nella manutenzione e aggiornamento della rete). In più, con un solo soggetto, i consumatori non avranno più la possibilità di scegliere l’operatore più economico (o meglio gli operatori saranno dei meri rivenditori di conettività altrui maggiorando il prezzo). Il risultato sarà quello che il carrozzone para-pubblico presto sarà in grado di applicare una tariffa internet rivalutata a sua discrezione. Certo l’Autorità Carente per le Comunicazioni (quella che in dieci anni di liberalizzazione del mercato non è riuscita a ridurre che di pochi punti percentuali la presenza di Telecom) non credo che improvvisamente saprà fare meglio.

3.Cosa sono questi servizi

Si parla di servizi da vendere sulla rete ma, stringi stringi, si arriva a parlare solo di IPTV. E allora forse dovremmo dire che tutti i servizi di IPTV (a livelo mondiale) non è che stiano andando benissimo. Per quanto riguarda l’Italia poi con tutte le televisioni che abbiamo sull’etere e sul satellite io francamente non sento il bisogno di averne anche sul filo. Infatti gli unici servizi che vanno benissimo su internet sono il P2P (vero divoratore di banda) e quelli “user generated”. Per andare bene su questi servizi non serve una banda spaventosa (sul P2P ci sarebbero problemi di copyright..) serve una buona connessione in upload.

Infine da documenti internazionali e nazioali si deduce che con circa 4-6 Mbit/sec pieni (non quelli propagandati dal marketing che nessun controlla) si riesce a fare alta definizione con codifica mpeg4. E allora tutta questa fretta della banda dove c’è?

4.Ma serve proprio LARGA ‘sta banda

In realtà la fibra è una delle ipotesi in campo, ma tra tutte le tecnologie presenti la più promettente è il wireless. La sua proiezione di svilupo (in termini di veocità e capacità) è strabiliante, si parla di cellulari LTE con decine di Mbit/sec. e il wimax nel 2009 annuncerà lo standard ad un Gbit/sec. Allora forse, se dovessi investire in qualche cosa, investirei nel aprire un ampio pezzo di spettro di radiofrequenza alla sperimentazione di nuovi standard con un modello che favorisce la nascita in Italia di nuovi operatori che vogliono sperimentare su tecnologie sempre più sofisticate e, magari, di produttori che disegnano apparati. Magari potremmo pensare di richiamare multinazionali e capitali che sono interessate a fare R&D in Italia.

Negroponte, già da qualche anno, sostiene che la tecnologia più promettente è il wireless. non si può dargli torto visto che orai i PC portatili hanno di gran lunga superato i desktop, che le connessioni internet mobili sono uno dei più importanti tred di sviluppo di internet e che, in futuro, vedo pochi utenti che vogliano appassionarsi all’idea di dover stare vicino alla scrivania per potersi attaccare alla fibra. In un modello nel quale l’ultimo miglio è misto rame/fibra/wireless/powerline(filo elettrico), probabilmente si può ripensare la necessità di raggiungere le tradizionali centrali telecom con la fibra e adottare percorsi più flessibili (lungo le ferrovie e le autostrade che ne hanno tanta, palidotti)..

5.Perché diversi dalle migliori pratiche?

In tutto il mondo il dato che emerge sempre è che la maggiore penetrazione è accompgnata dalla concorrenza sulle infrastrutture. Anche in UK, fino a pochi mesi fa mito di chi propugna la rete unica, una volta che il servizio ha preso piede Openreach e OFCOM aprono alla concorrenza di infrastrutture, considerato il vero obiettivo.

Concorrere nelle infrastrutture significa che la rete ha sempre un’alternativa e non dipende mai da un fornitore unico.

6.La rete come leva di investimenti ICT

Le telecomunicazioni attirano enormi investimenti in ICT e in altri settori. Se l’investimento è concentrato in un solo operatore (para-pubblico per giunta) si creerebbe una concentrazione pericolosa sia perché sarebbe un’impresa di tale dimensione sarebbe in grado di fissare il prezzo verso i fornitori, sia perché (condizionato dal sistema politico) essa potrebbe avere pericolose tentazioni di corruzione o concussione, infine perché limiterebbe gli investimenti. E’ evidente che se n operatori competono tra loro il totale degli investimenti è maggiore e la leva dela domanda è più alta. Maggiore sarà il ruolo dello Stato di mantenere alta la competizione maggiore sarà la probabilità che nuovi investitori (anche esteri) decidano di entrare nel mercato.

7.il fallimento di SOCRATE

La rete non è un bene scarso e non è comparabile agli acquedotti e alle autostrade  (e d’altra parte sarei molto preoccupato se un governo facesse un contratto per l’operatore unico della rete come quello fatto con autostrade dal gov. berlusconi!! ). Per duplicare le autostrade di asfalto sono necessari scavi e lavori enormi, oltre a discreti problemi ambientali. Per la rete è sufficente cambiare i caselli (ovvero gli apparati all’inizio e alla fine di una tratta) per ottenere velocità centinaia di volte più elevate. Il bello della rete è che la tecnologia consente di aumentarne le capacità e di rendere questo bene abbondante, sono le regole e le politiche che impongono la scarsità (vi ricordate il min. Gasparri che sfidò la fisica obbligando per legge le onde radio a rimanere dentro casa dei cittadini).

Un progetto di rete unica è gia fallito, il progetto SOCRATE di Telecom portò la fibra in molti quartieri nele principali città ma gli utenti non sono stati per nulla entusiasti di spendere di più per avere a casa altra televisione. Di internet allora quasi non si parlava ma anche oggi sarebbe l’offerta di servizi (IPTV con il calcio) il driver.

La diffusione di internet passa non solo per una offerta, spesso limitata dalla dissennata politica del monopolista (anzi del regolatore) che guadagna molto di più dalla tariffa telefonica per i modem,  ma da una campagna volta a superare il digital divide culturale. Il vero salto in avanti si ha se il cittadino scopre che internet è davvero utile ed è disposto a pagarlo (e all’estero -es francia- costa circa 10euro al mese! ).

Il concetto di servizio universale va ripensato in un mondo nel quale le tecnologie sono molte. Pensare di affrontare il problema della banda larga con i criteri degli anni venti (nei quali ha preso piede il telefono e la radio) è ua follia che avvantaggia le rendite e i monopoli. E’ necessario ripensare i modelli aprendo e liberando(che non è sinonimo di liberalizzare;-)) le risorse, perché quando vanno in mano a pochi fanno la fine del petrolio, del grano, dei cereali, del….

  1. il gatto che si morde la coda

Ma se tutti aspettano l’imminente denaro dello Stato per fare gli investimenti chi sarà quel pazzo che ce li mette lui? In Italia sono tutti abili a fare impresa senza tirare fuori il denaro e mi sembra di vedere la stessa cosa nota. Tutti aspettano lo Stato che metta il denaro per poi rivendere i servizi con la maggiorazione.

Chi è più penalizzata è l’impresa più onesta che in questi anni ha fatto investimenti e retto la concorrenza con l’incumbent ma ormai non può che rassegnarsi all’ondata “liberista di stato” .

Fallimento di mercato significa sempre di più che la rendita si è appropriata degli spazi di libertà dell’impresa e del lavoro. La vera partita non è più tra lavoro e capitale ma tra produzione e rendita perché nel terzo millennio sembra che si affacci lo spettro di una nuova pericolosa classe nobiliare che fa della rendita l’arma del suo potere.

Tags: economia, Innovazione, rete

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