strane manovre

Come dice Tremonti la necessità di una manovra economica vengono dall’Europa. Si è resa conto che non cresce e spende più di quello che produce. Chissà se si è resa conto che le politiche per la crescita dell’area Euro sono state inesistenti. Dieci anni a controllare l’inflazione, i deficit, la moneta ma poche politiche per agevolare la crescita. Le politiche per la crescita sono state appannaggio dei singoli paese in qualche caso seriamente, in altri casi grazie ad un fisco che ha attratto investimenti senza creare basi solide di ricchezza(es. irlanda).

Ma veniamo alla operazione di Tremonti e a ciò che ha messo in campo. Mentre le  cronache giornalistiche – col tempo che rimane prima della legge sul bavaglio - denunciano “cricche” che raccolgono enormi ricchezze e le mettono in conti esteri (presso lo IOR vaticano ma non solo) e le banche che ritornano a fare profitti (ammesso che ne abbiano fatto meno in qualche momento) e che aziende monopolistiche (es. le autostrade o le aziende che controllano l’acqua) continuano a praticare aumenti delle tariffe ingiustificati e le borse, dopo aver “divorato” i risparmi dei piccoli e ignari risparmiatori, sono tornate ad accumulare rendite si chiede a “tutti” di fare sacrifici(che poi leggendo i sacrifici sembra proprio che si scriva “tutti” e si intenda “solo i soliti”).

Prima di entrare nel merito della strategia che sta dietro la manovra mi preme sottolineare che mi sarei aspettato un prelievo deciso di risorse solo verso quelli che hanno aumentato il loro profitto in modo ingiustificato pur in questa situazione generale (ovviamente escludendo chi ha saputo lavorare per la propria azienda).

Mi sarei aspettato che un governo serio facesse misure decise contro l’evasione accanto a provvedimenti decisi per intimare a stati esteri (che vengono sovvenzionati dallo Stato attraverso cospicui contributi economici) di non fare da schermo verso operazioni di ricettazione di denaro. Il che significa che, almeno, le autorità possano poter accedere facilmente alle operazioni che avvengono in quelle banche e rintracciarne gli autori. Mi sarei aspettato il congelamento degli aumenti che lo Stato ha concesso alle autostrade, anzi semmai un contributo aggiuntivo su ogni veicolo che transita nelle autostrade a parità di tariffa applicata. Mi sarei aspettato che si mettesse mano allo scandalo di una tassa sulle rendite finanziarie del 12,5% a fronte di medie europee molto più alte. Avrei anche capito che ci fosse una “franchigia” fino a un milione di euro al 12,5%, mentre tutto ciò che è sopra questa cifra venisse tassato al 25%. Non ho i titoli e l’autorità (anche se per la verità spesso persone molto più “titolate” di me dicono delle enormi baggianate e non si capisce come fanno ad avere incarichi in tema di politica economica) per fare proposte dettagliate e forse le mie attese sono inattuabili ma comunque è lecito avere i miei dubbi.

Quello che invece vedo nella manovra economica è il solito “razzola-razzola” di risparmi perlopiù recuperati dallo stato sociale (servizi ai cittadini). Questo penalizzare i servizi sociali non è certo un grande stimolo per la crescita e invece solo crescendo economicamente possiamo sperare di tenere sotto controllo il rapporto deficit/PIL. Anzi in una situazione in cui i salari sono in generale bassi e spesso nemmeno sicuri, lo stato sociale consente alle persone di avere un minimo di prospettiva e fiducia che se manca è anche un danno all’economia tutta (ma soprattutto alle persone).

Già perché il problema è sempre il rapporto deficit/PIL. Se cresce il deficit e il PIL rimane lo stesso le cose non vanno per nulla bene mentre se la ricchezza del Paese crescesse più del deficit non staremmo qui a tagliare l’impossibile. Eppure questo paese da troppi anni non cresce o cresce dello “zero virgola qualcosa“, cresciamo con lo stesso ordine di grandezza del grasso nello yogurt. E se non cresciamo è perché ci sono troppi blocchi e sistemi di potere, l’economia e la borsa sono in mano a poche famiglie che ne gestiscono le sorti, le persone sedute nei consigli di amministrazioni delle maggiori società sono sempre gli stessi e certo diventa difficile farsi concorrenza se solo 200 persone sono nei CDA di quasi tutte le società quotate. Gli organismi di garanzia dell’economia sono spesso conniventi, in altri casi impiegano intere ere geologiche prima di scoprire cose ovvie che tutti gli altri esseri normali sanno subito, quando prendono misure sono ridicole rispetto ai profitti generati. Negli ultimi anni abbiamo visto “cartelli” per la pasta, la benzina, i media, le autostrade, le banche, l’acqua, il gas e chi più ne ha più ne metta. Ne abbiamo visti talmente tanti che a stento, un professore di economia, potrebbe catalogare l’Italia tra i paesi capitalisti o liberali. Anzi potremmo almeno toglierci la soddisfazione di definirci in qualche modo brillante e attirare studiosi da tutto il mondo con una sorta di “turismo accademico”, invece manco quello. Il governo cosa fa? ne approfitta. Cicchitto, Lunardi (avete fatto caso quante gallerie si fanno oggi nelle autostrade, alcune praticamente inutili) e Scajola sono solo i primi casi che mi vengono sotto mano ma la lista è lunghissima.

Poi c’è il tema di una politica economica di Tremonti che non tocca il tema crescita. Non investe in innovazione, taglia la ricerca, la banda larga non sa cosa sia. Eppure è abbastanza notorio che investire in innovazione è il modo di spendere meno e ottenere la crescita maggiore. Anzi gli unici incentivi di tremonti sono stai sui mobili da cucina e vari. Ma questi non sono incentivi sono sovvenzioni. Incentivare significa spendere del denaro pubblico affinché con l’acquisto di quei prodotti si crei un’operazione virtuosa di crescita economica e investimenti, le sovvenzioni sono a favore di qualcuno e basta. Mi fermo anche se sarebbe da scrivere una opera enciclopedica.

Allora, tornando alla manovra, ma a cosa serve? Serve a mettere un tappo nella falla ma presto il buco torna. Un po’ come il pozzo della BP. Continui a metter tappi ma il problema non si risolve e tutto il Paese continua ad essere immerso nella marea nera che ci sta affogando da diverso tempo e sta danneggiando sempre di più il futuro di tutti.

Tags: berlusconi, economia, Innovazione, Politica, welfare

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il GRID, la Rete e il CLOUD

Il nuovo paradigma di cui assistiamo l’imporsi è il paradigma della “intelligenza diffusa”(anche se guardando la televisione non sembra affatto…). Un paradigma che vede la rimessa in discussione di molte delle strutture organizzative e tecnologiche degli ultimi decenni.

La tecnologia è strumento di cambiamento organizzativo ma, quasi allo stesso tempo, conseguenza di assetti organizzativi nuovi. E così, ad esempio per la rete elettrica, si fa sempre più largo il paradigma del GRID ovvero di un sistema non basato su poche grandi centrali elettriche che producono energia per tutti ma di sistemi più piccoli e diffusi sul territorio che producono energia e si compensano l’uno con l’altro dove sia necessario. La rete elettrica costruita secondo un modello gerarchico che vede nodi principali frammentarsi fino alle derivazioni sembra non essere adatta a sistemi distribuiti dove ogni nodo può essere consumatore ma anche produttore di energia per gli altri. Una rete elettrica basata sul modello del GRID è altamente più affidabile, meno soggetta ai black-out, più sicura e, cosa non indifferente, anche in grado di produrre enrgia con costi minori in modo rinnovabile. Il modello del GRID è conseguenza della necessià di produrre energia rinnovabile, di produrla diffusa sul territorio e della possibilità, offerta dalla tecnologia, di aumentare il grado di “intelligenza” della rete.

Il modello del GRID è usato ormai da anni nei computer, esistono molti esperimenti internazionali che chiedono agli utenti di installare una piccola applicazione agli utenti su internet e contribuire in questo modo alla “donazione” di capacità elaborativa. Tutto questo funziona e consente a dei semplici PC da casa di far parte di potenti sistemi di calcolo complessi che sono in grado di erogare performance notevolmente più alte dei sistemi centralizzati ma, soprattutto, di continuare a funzionare e adattarsi se una parte dei sistemi si spegne o è occupato da altri calcoli.

Tecnologie che emulano il sistema adattivo del cervello in qualche modo. Le reti neurali intese come nodi di calcolo che collaborano da pari, diventano sempre più il paradigma per rispondere meglio a situazioni complesse e questi sistemi diventano anche modelli organizzativi. L’imprendibilità di al quaeda e la sua capacità autoadattiva dimostra l’efficacia di questi sistemi organizzativi anche rispetto a sistemi organizzativi tradizionali “ad alta efficenza” come l’organizzazione dell’esercito.

La stessa internet, nata per rispondere a situazioni critiche è tecnicamente organizzata con un modello di “peer”(Somebody or something who/that is at an equal level) che comunicano tra loro. La struttura internazionale di internet è data dalla collaborazione, secondo semplici regole, tra i diversi nodi. Solo con la progressiva privatizzazione della rete e la sua diffusione è emersa la gerarchizzazione della rete dove esistono un numero  di nodi che dipendono dagli operatori di telecomunicazione in modo gerarchico (anche perché gli operatori sono organizzati topologicamente come nella fonia). D’altra parte ad una rete di pari è più difficile imporre condizioni commerciali.

La struttura di internet consente alla rete di adattarsi quasi da sola nel caso alcuni nodi non siano disponibili e continuare a funzionare anche in condizioni molto critiche. La sicurezza di una rete così fatta è altissima così come l’affidabilità.

A questo modello di internet così basato sul peer-to-peer si è contrapposto un modello di centralizzazione dei servizi in rete. La nascita di nodi sulla rete che concentrano servizi a disposizione degli utenti. Il CLOUD altro non è che la nascita di di aggregati elaborativi che rendono disponibili ai computer di casa i servizi. i computer di casa hanno sempre meno necessità di avere capacità elaborativa e sempre più necessità di avere banda larga. In questo modo si rendono commerciabili i servizi ad un mondo che sta progressivamente apprezzando il paradigma dell’open source e che dunque è sempre meno disposto a comprare software. Il software aperto costituito da comunità di utenti autoorganizzate che sono in grado, senza un centro direzionale apparente, di creare e produrre beni di alta qualità e con un ottimo livello di produttività. Il modello organizzativo è paragonabile ad un GRID in cui ogni utente cede una parte del suo tempo elaborazione libero alla comunità producendo collettivamente nuova conoscenza.

Altro fenomeno che si accompagna al GRID è il cosidetto web 2.0. La produzione diffusa di contenuti da parte degli utenti è diventata un vero fenomeno. Con la disponibilità di tecnologie che consentono la gestione dei contenuti in modo sempre più semplice (le piattaforme blog, i social network, ecc.) la produzione di conoscenza avviene sempre più nei stessi luoghi del consumo. Nei fatti la conoscenza si avvia ad essere sempre più scambiata e arricchita tra pari e sempre meno fabbricata in centri di produzione culturale. Un modello che sta sconvolgendo l’industria che ruota intorno al copyright nata quando la riproduzione e produzione di conoscenza era molto costosa e necessitava una tutela diversa da ora.  Questo modello si sta diffondendo perfino nella ricerca scientifica dove esistono ormai modelli organizzativi che chiedono a studiosi di contribuire ad un progetto condividendo le proprie conoscenze in una comunità. Anche qui cade il modello fordista della “one best way” e prende piede un modello “emergente” di conoscenza scientifica che presuppone una diffusione più elevata di conoscenza nella società. Un bel libro che ne riprende diversi concetti è wikinomics.

Anche dal punto di vista della banda larga le tecnologie si stanno progressivamente orientando verso modelli meno gerarcici e più “intelligenti”. Le tecnologie wireless stanno diventando sistemi mesh, sistemi che mettono l’utente all’interno di una “maglia” con copertura internet e che, in modo intelligente, decidono quale è il percorso migliore per andare sulla Rete. Sistemi che non prevedono un modello gerarchico di connessione ad internet ma un modello a rete nel quale più punti di ingresso ala Rete sono utilizzati contemporaneamente in proporzioni diverse secondo le esigenze del momento.

Molte delle cose che abbiamo detto prima attualmente utilizzano una rete che topologicamente è costruita sulla base della rete telefonica analigica. Il sistema attuale della telefonia fissa è costruito secondo una topologia gerarchica nella quale i flussi vanno dall’utente finale al centro perchè nei centralini telefonici i fili vanno messi insieme e interconnessi da commutatori meccanici che consentono a due utenti di parlarsi. Nella telefonia analogica è necessario collegare il filo del microfono di un trasmettitore con il filo dell’auricolare dell’altro. La tipologia è rimasta la stessa quando è venuta la rete digitale perché costava troppo cambiarla e i risultati erano buoni poiché anche nel digitale esisteva una gerarchica tra server e client. on il tempo il concetto di server e client è venuto meno e ogni singola macchina è un nodo server/client. Oggi questo modello comincia a far fatica perché sempre più spesso sono gli utenti a produrre contenuti e la rete è pensata, in massima parte, per portare i dati agli utenti.

Il futuro avrà bisogno di  topologie differenti e vedrà la concorrenza delle tecnologie arrivare a casa degli utenti. Il futuro avrà bisogno di una topologia a maglia in cui ogni nodo può essere connesso a flussi concorrenti. L’ultimo miglio è uno dei principali colli di bottiglia del sistema e dunque un piano di infrastruttura di banda larga dovrebbe ragionare con questa visione prospettica. Quando le nostre case dipenderanno sempre più dalla loro connessione alla rete o perché la lavatrice si scaricherà la nuova versione dei programmi di lavaggio o perché il misuratore di pressione del nonno sarà connesso remotamente allo studio del medico di famiglia, non potremo permetterci di avere inteerruzioni o ritardi.

Il tema della neutralità della rete è in parte figlio di una infrastruttura gerarchica, se esistesse una rete ridondata nell’ultimo miglio i dati troverebbero il percorso più veloce a seconda della tipologia di traffico. Infine il tema della privacy che diventa critico in una rete in mano ad una sola organizzazione. Qui la moltiplicazione degli accessi consente di minimizzare il rischio di venire spiati e intercettati indebitamente, mentre non cambierebbe nulla per le normali operazioni di polizia

Anche dal punto di vista tecnologico si dovrebbe cominciare ad uscire dal paradigma della “one best way” di progettare/pensare la rete. Sarà presto necessario porsi il problema di un modello che si adatta al cambiamento di abitudini dei suoi nodi consentendo l’emersione di usi e applicazioni notevolmente differenti.

Così i fantomatici 800 milioni per la banda larga dovrebbero essere spesi cercando di uscire fuori dalla logica dell’operatore classico, del sistema gerarchico, del “modo migliore” di portare banda agli utenti. In realtà non esiste un “modo migliore” ma una pluralità di “modi migliori”. E’ necessario allora che un piano banda larga sia anzitutto un grande piano di governance delle telecomunicazioni che fissi regole puntuali per tutti i soggetti interessati, che stimoli tecnologie diverse (preferendo quelle più di frontiera in modo da diventare una leva di politica industriale), che crei un sistema “coopetitivo” tra operatori e soggetto pubblico. “Coopetitivo” nel senso che, fissate regole chiare e costituito un soggetto motivato e capace di farle rispettare, ogni attore interessato può costituire la rete nelle forme che meglio crede collaborando (in modo cosciente o meno) ad obiettivi comuni (coprire tutti gli utenti con un livello di qualità crescente e costi decrescenti) ma strade anche diverse. In questo modo si potrà avere una rete in grado di essere maggiormente affidabile, reggere meglio gli sviluppi futuri, sopportare le evoluzioni che noi oggi possiamo solo abbozzare, offrire il meglio dal punto di vista del servizio.

Dovremmo pensare ad una rete in grado di essere ridondante, con nodi collegati attraverso percorsi multipli (seguendo l’idea originaria del protocollo TCP/IP) fatti di tecnologie diverse (fibra, rame, powerline, wimax, hyperlan, lte, ecc…). Il futuro ci metterà a disposizione tutte queste tecnologie e sarà importante padroneggiarle tutte.

Purtroppo quando si sente parlare di banda larga spesso sembra che si parli di un progetto realizzato molti anni fa e non di un qualcosa che deve ancora venire. Con il piano Caio si sono accolte molte delle sollecitazioni che molti di noi hanno sollevato alcuni anni fa ma credo che si debba andare oltre e pensare un insieme di interventi che abbiamo due obiettivi concordanti: una offerta di banda larga minima in ogni angolo del Paese su cui gli utenti possono scegliere la migliore; cogliere l’opportunità per fare di un gap negativo (la diffusione della banda larga) una opportunità per posizionare la nostra industria tra i principali player internazionali. Il secondo obiettivo è figlio di un piano banda larga che non sia scopiazzato da quello che altri hanno pensato molti anni fa e che invece abbia una visione del futuro sapendo immaginare il nuovo.

Questo compito no può essere affidato solo a tradizionali ingegneri (detto così è schematico ma non basterebbe un libro a spiegarla e allora..).  L’ingegneria tradizionale è anche essa figlia del fordismo, presuppone esistano delle variabili chiare e un processo altrettanto chiaro di calcolo. In realtà qui sono chiare le specifiche e il modo per realizzarle è incerto e muta continuamente sulla base dei mutati comportamenti sociali di chi usa la rete. Ecco allora che non è utile pensare ad una azienda che costruisca la rete che tutti utilizzano perché la tecnologia, in questo caso, è una parte del modello sociale di chi la usa. E’ necessario pensare la rete con un grande processo “coopetitivo” nel quale più soggetti si confrontano facendo. E’ necessario partire con nuove variabili (per esempio chi ha detto che le centrali telefoniche attuali siano nel posto giusto per farci arrivare la fibra e non vi siano altri punti nel quali è più conveniente arrivare per connettere nodi in wireless o in altre tecnologie) e lasciare che il sistema si sviluppi liberamente.

Se anziché finanziare la realizzazione, facendo un’ipotesi tutta da verificare e solo a titolo di esempio,  si finanziasse la domanda di rete degli utenti e di fissasse la regola che la banda minima garantita debba aumentare del 10% ogni due anni coprendo il 100% del territorio e con l’etica di offrire un servizio all’avanguardia con i massimi livelli di servizio ci troveremmo in uno scenario diverso e nuovo. Si potrebbe dare un bonus agi utenti in digital divide per abbonarsi per due o tre anni all’operatore che ritengono migliore. Gli operatori sarebbero messi tutti nella condizione di avere utenti e dunque di avere un territorio “economicamente conveniente”. Gli investimenti diventerebbero giustificati e, chi non li fa, sarebbe condannato a perdere clienti sicuri. Questo comporterebbe la creazione di infrastrutture in competizione tra loro su tecnologie diverse e secondo uno schema oggi non ipotizzabile generando novità tecnologiche, innovazione, competizione, qualità. In una situazione di questo tipo potrebbero facilmente innescarsi investimenti in nuove tecnologie o forme organizzative se la legislazione non le bloccasse.

Forse dovremmo cominciare a ragionare su questi temi con qualche vincolo in meno.

“Per capire che una risposta è sbagliata non occorre un’intelligenza eccezionale, ma per capire che è sbagliata una domanda ci vuole una mene creativa” – Macchiavelli e i dirigenti di azienda- Anthony Jay 1968 Ed. Rizzoli

Tags: banda larga, economia, ict, Innovazione, Politica, rete, sapere

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aridatece le cambiali!!

il sistema finanziario è bloccato el’accesso al credito ormai è impossibile. Non che questo paese abbia mai goduto di un sistema bancario di manica larga, ma certo negli ultimi mesi la cosa si è fatta più pesante.

Ormai non accedono al credito anche imprese medio-grandi e le banche, prese dal panico che lo stesso hanno creato, si sono chiuse ancora di più.

Eppure c’è bisogno proprio ora di un credito in grado di mantenere i livelli produttivi e fare nuovi investimenti in innovazione. Se usciamo dalla crisi ne usciamo solo dalla porta dell’innovazione, è impensabile ogni altra vi a di uscita.

Questa crisi segnerà la fine del modello industriale fondato su produzioni a basso costo, su lavorazioni dei “terzisti”, su una industria del lusso che ormai non produce un benessere diffuso. Per troppi anni ha resistito l’agonia di un sistema industriale che era nato nell’epoca d’oro dell’inflazione e che si trascinava a fatica in una lenta agonia nell’epoca dell’euro. Tutti lo sapevano che entrare nell’euro non sarebbe stato indolore ma nessuno ci ha voluto mettere le mani per non perdere consenso con il risultato che l’economia italiana ha visto l’ultima crescita degna di questo nome nel 2000.

I prodotti che potranno  fare da traino sono i prodotti basati sulla conoscenza, così come avviene nell’economia più avanzate. Basta vedere i paesi scandinavi che hanno saputo cogliere le opportunità del cambiamento prima e meglio di altri e che oggi resistono meglio.

Lo sbocco possibile per l’Italia è l’innovazione, la creatività, la capacità di creare nuovi prodotti che uniscono design, creatività e tecnologia e nuovi servizi che sappiano coniugare la capacità di creare esperienze con quella di governare le relazioni con i clienti. Una economia immateriale profondamente radicata nella materia. Saper vendere il vino e la cultura del vino, l’elicottero e il design degli interni, l’automobile con il motore ecologico e la cultura delle auto, la finction e le città d’arte in cui vengono girate, la capacità di costruire edifici e la cultura del saperli vivere architettonicamente ed artisticamente…mischiare “ferro” e conoscenza.

Ma questa trasformazione non può avvenire in un giorno e richiede la lungimiranza di investimenti a medio-lungo termine. Investimenti che non possono essere sostenuti da un sistema bancario concentrato, che chiede di “vedere” i soldi che eventualmente presta. Certo una politica che paga in termini di patrimonio e profitti ma che è dannosa per il sistema.

E dunque è necessario ripensare le regole del sistema bancario, creare soggetti pubblici in grado di spezzare il cartello del credito, di promuovere investimenti che diano risorse e premino i migliori.

Lo sviluppo economico impetuoso degli anni sessanta è stato spesso dovuto alle cambiali. La generazione che ci ha preceduto ha potuto godere di titoli di credito come le cambiali che venivano smerciati senza troppi problemi, un circuito del credito che ha potuto generare denaro in mano alle imprese o ai cittadini. Oggi è un sistema i disuso e rischioso un po’ per tutti. Magari uno strumento similare potrebbe essere utile propsio a creare quel sistema di fiducia che oggi manca. Una cambiale che abbia una sorta di garanzia pubblica e che possa in questo modo fungere da finanziatore di microcredito per sostenere idee imprenditoriali o progetti. Magari una cambiale garantita da potersi spendere proprio su iniziative nei settori dell’innovazione.

Certo una specie di provocazione la mia, i meccanismi sono complessi e andrebbero articolati ma è indubbio che se non esistono capitali di rischio in grado di finanziare la ripresa e la competitività c’è il forte rischio che il sistema italiano collassi. Non saranno le grandi opere a farci uscire da questa situazione ma saranno migliaia di intraprese che tentino il rischio e riescano a colgliere le opportunità che si apriranno.

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