L’economia dell’ incoscienza

Ogni giorno sentiamo parlare della crisi italiana e di un modello economico in declino. I dati incoraggianti di questi utlimi giorni, con prospettive di crescita per quest’anno in area euro e, a traino, per l’Italia ci fanno riprendere fiato dallo spavento ma non premono abbastanza per un cambiamento.

Come possiamo definire un modello economico che da una parte è tra le prime economie del mondo e, dall’altra, compete principalmente con i paesi emergenti sul loro terreno. Un paese fortemente legato ad un modello di impresa incapace di sfruttare l’enorme bacino di intelligenze a sua disposizione. Possiamo definirlo “L’economia dell’incoscienza“.

L’Italia ha in Europa tra i livelli più bassi di laureati e tra i livelli più alti di disoccupazione nella popolazione con scolarità alta, una contraddizione non indifferente. Sempre di più gli studenti ad alto potenziale devono trasferirsi all’estero per poter fare ricerca e sviluppare progetti innovativi, lì trovano una organizzazione Statale ed imprenditoriale in grado di accoglierli e stimolarli verso progetti ad alto potenziale economico.

Il nostro paese è troppo legato ad una economia di prodotti a basso costo, senza grande conoscienza tecnologica. Prodotti che fanno affidamento sul costo basso della manodopera più che sul valore d’uso che trasmettono al cliente.

Molti degli imprenditori del nostro paese andrebbero definiti “i-prenditori“. Persone che realizzano giustamente profitti ma che li trasformano in rendita e consumo di lusso. Da una parte non si pagano le tasse, si paga poco il personale e dall’altra appena usciamo di casa vediamo automobili prestigiose o ville impreziosite da ogni rifinitura.

Spesso gli i-prenditori hanno difficoltà ad investire in un nuovo macchinario, in manager capaci, in una migliore gestione delle risorse umane. Gli i-prenditori hanno come modello assumere persone più che macchine perché si lavora alla giornata e se domani il lavoro non c’è si licenzia. Gli i-prenditori dei servizi assumono solo se c’è già il lavoro, non fanno formazione, hanno la stessa cultura delle risorse umane che avevano le galere veneziane. Nelle librerie troviamo centinai di libri sul management, sulla strategia di impresa, sulla gestione delle risorse umane come fattore determinante nell’economia della conoscienza e sulle riviste e giornali troviamo anche interviste interessanti a noti i-prenditori, nella realtà tutto questo non esiste se non in rari casi.

La miglior icona di questa economia si legge nei rotocalchi rosa a proposito di Berlusconi. Intendiamoci, ognuno è libero di fare ciò che vuole del suo denaro. Ma la differenza tra Bill Gates e di altri magnati statunitensi e i nostri i-prenditori è tanta. Negli USA, forse un po’ per la cultura protestante, abbiamo numerose fondazioni nelle quali vengono riposte le ricchezze in eccesso e che, per quella via, vengono rimesse in circolo rafforzando il ruolo del Governo. Si potrebbe obiettare che meglio sarebbe se le ricchezze non fossero fatte, tuttavia visto che il sistema non può far a meno di costituirle almeno sarebbe auspicabile vengano impiegate bene.

Nell’economia dell’incoscienza il denaro serve a far girare le macchine delle starlet, del calcio, degli yacht, della costa smeralda in cui è importanti farsi vedere protestando contro la sacrosanta tassa di Soru.

La politica che vuole riformare il paese deve promuovere nuove imprese attraverso una profonda innovazione culturale. E’ necessario liberare talenti che possono diventare imprenditori sopratutto nei settori legati alla conoscienza. Per conoscienza non intendo solo le nuove tecnologie, intendo nuove pratiche manageriali, la creatività di nuovi servizi, una nuova propensione al rischio di impresa. Per fare questo è necessario che tutte le forme di rendita siano fortemente ridimensionate e rimesse in circolo nell’economia, che il lavoro venga pagato al livello europeo (finché il lavoro costerà poco non converrà agli i-prenditori inventare nuovi processi produttivi o acquisire nuove macchine).

E’ necessario che la politica spinga le grandi aziende italiane ad uscire dall’Italia e a confrontarsi con il mercato estero (mi chiedo perché abbiamo alcune aziende che sono quasi monopoliste nel mercato interno -magari pubblico- e non riescono nemmeno ad aprire una sede di rappresentanza all’estero).

Oggi chi vuole costruire qualcosa di nuovo deve scontrarsi con un mercato “drogato” dalla cultura diffusa dell’ i-prenditoria diffusa. Una cultura che vede settori economici trasversali, quasi tutte le aree del paese, il coinvolgimento di tutte le età. Saprà la politica dare la giusta risposta?

Parafrasando un noto slogan pubblicitario, per come siamo messi “”non servono cose grandi per fare grandi cose“.

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