Meritocrazia e “Omolocrazia”
30-set-08
Il dibattito aperto dalla micidiale ministra dell’istruzione riapre il tema della meritocrazia. Molti intellettuali e opinionisti richiamano giustamente la necessità di porre il merito come lo strumento di individuazione delle persone che debbono essere premiate. Da troppi anni, infatti, il merito è stato abbandonato come categoria di premiazione.
Tuttavia, come accade spesso nel nostro paese, si passa da un eccesso all’altro più per moda che per riflessione. Si grida sempre più alla necessità della meritocrazia senza cogliere il nocciolo del concetto e capirne a fondo le implicazioni negative e positive del termine. Sarebbe troppo lungo ricordare Don Milani e le sue riflessioni sulla selezione scolastica che segna tutta la vita (anche se sarebbe necessario) e rimando alle molte cose scritte e dette.
La riflessione che mi preme fare è sulla differenza tra meritocrazia e merito e sull’impostazione che questi concetti assumono nella scuola e nella formazione.
In una società industriale era necessario disporre di un modello fordista anche nella formazione, tutti dovevano operare nello stesso modo e secondo compiti definiti per atture “il miglior modo” (The best way) per realizzare oggetti. In quel tipo di società era normale concepire un formazione che fornisse un sistema di nozioni, valori e metodi omologanti perché il modello fordista funzionava così. Tremonti, solo pochi giorni fa ci ha ricordato che è rimasto a questo passato.
Nella società della conoscenza abbiamo bisogno di talenti che sappiano creare e ideare nuovi modi di produrre o nuovi prodotti a partire da quelli che esistono. Il sistema produttivo ha sempre più bisogno della capacità di manipolare e creare concetti nuovi, prodotti e sistemi di produzione. Non è tanto importante la quantità di nozione posseduta ma l’abilità ad integrare nozioni attraverso gruppi di lavoro, brain storming e creatività ( il che non sgnifica che le nozioni non servano perché per integrare bisogna anche sapere).
Il nostro sistema di formazione attuale (e sarà peggio con la Gelmini) in realtà è costruito intorno al singolo che acquisisce nozioni e viene premiato in base a quante di queste se ne ricorda. Per la verità in questi ultimi anni nella formazione primaria e in parte nella secondaria si è cominciato a fare un lavoro positivo. Tuttavia questo lavoro positivo si è aggiunto al sistema precedente senza una strategia chiara, dando luogo a risultati non sempre buoni, come diceva Einstein “non si può risolvere i problemi con lo stesso approccio che li ha determinati”.
Si procede premiando lo studente più vicino al criterio di selezione adottato, creando sempre più forte omologazione ad un sistema. Quante volte vediamo come funziona l’”esamificio” a cui sono ridotte alcune università e scopriamo che gli studenti riescono a scampare l’esame studiando nozioni che vengono dimenticate il giorno dopo. Per non parlare degli studenti furbi che imparano le domande che il professore fa più spesso nelle sessioni precedenti. Avremmo bisogno di un sistema di formazione in grado di far emergere le caratteristiche delle singole persone, insegnare ad integrare le diverse abilità, insegnare a formare processi creativi e a valutare questo con sistemi differenti dal giudizio del professore. Nella ricerca scentifica, ad esempio, sempre più spesso il merito viene valutato sulla base di sistemi di peer review in grado di porre la propria ricerca in un confronto con altri ricercatori e approcci. Potremmo, ad esempio, ripensare l’approccio al voto mettendo il professore nel ruolo di mentore e aprendo il giudizio anonimo tra studenti e tra studenti e professore (anche perché se tanti studenti non vanno bene al nostro sistema formativo forse ci sarà anche un problema in quest’ultimo). Queste dovrebbero essere le tipologie di problemi all’ordine del giorno della scuola e le idee che andrebbero valutate o criticate in un confronto alla ricerca di soluzioni migliori (che ci sono sempre), invece si parla di altro per mascherare il taglio della scuola per tutti.
Quante volte nella storia delle scoperte e delle tecnologie abbiamo visto che studenti “incapaci” sono diventati scienziati famosi (l’esempio più concreto è Einstein) proprio per il loro essere fuori dal coro che li ha portati a scoprire e rivoluzionare teorie tradizionali. L’omologazione in corso dei sistemi di formazione, in futuro, potrebbe farci perdere molti talenti (più di quanti ne perdiamo gia con un sistema formativo che riesce a portare alla laurea una piccola percentuale di giovani).
Per questo l’assalto che sta avvendo sulla scuola è molto più grave del tempo pieno e del taglio dei docenti (di per sé gravissimo), è un’assalto alla capacità di crescita del nostro paese. E’ un altro tassello dell’assioma che sembra governare con questa maggioranza, la nostalgia di un mondo chiuso, fordista, piccolo e provinciale. Un approccio nostalgico alla continua ricerca di risposte semplici più che di risposte adatte. Si confonde in tempo pieno con l’orario più lungo senza capire la differenza tra il doposcuola e una scuola che ha bisogno di più tempo e di modalità diverse di formazione.
Una moderna società che premia il merito non può che basarsi su un sistema di valutazione che non selezioni quelli che non ce la fanno ma gli chieda un impegno maggiore per raggiungere gli altri anche con un approccio che sappia essere flessibile (già perché se la razza umana non è fatta da esemplari eguali significa che un solo metodo di insegnamento può non andare bene). Abbiamo bisogno di una società che promuova la “diversità biologica” perché l’evoluzione in corso ci stimola da avere talenti diversi.
Il problema del nostro sistema formativo è quello di essere in grado di cogliere i segnali da parte dei giovani e aiutarli a tirare fuori il meglio da ognuno di loro.
I giovani sono gettati all’interno della scuola come banane in frullatore: o acquisiscono lo stesso colore o vengono gettati come frutta marcia. La scuola diventa spesso stress e pressione con il risultato che viene odiata o aggirata con destrezza. La scuola si somma allo stess enorme di crescere, scegliere cosa fare da grandi (scelta condizionata dal cercarsi un lavoro e così via), relazionarsi. Poi qualcuno si stupisce dell’aumentare dell’alcool e della droga nei ragazzi o dei suicidi o del bullismo! Gli adolescenti vivono come i minatori nel far west, tutto il giorno sotto pressione appena possono sfogano nei moderni saloon la loro necessità di sentirsi liberi e trasgredire.
La proposta Gelmini è “tolleranza zero”: chi è dentro è dentro.
Ho diffidenza del termine ricorrente “Meritocrazia” perché spesso viene confuso con “Omolocrazia” e di questa ne abbiamo già abbastanza. Premiare il merito richiede aprocci differenti dal passato, è più difficile ed è allo stesso tempo fondamentale se vogliamo innovare in nostro Paese.
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