Meritocrazia e “Omolocrazia”

Il dibattito aperto dalla micidiale ministra dell’istruzione riapre il tema della meritocrazia. Molti intellettuali e opinionisti richiamano giustamente la necessità di porre il merito come lo strumento di individuazione delle persone che debbono essere premiate. Da troppi anni, infatti, il merito è stato abbandonato come categoria di premiazione.

Tuttavia, come accade spesso nel nostro paese, si passa da un eccesso all’altro più per moda che per riflessione. Si grida sempre più alla necessità della meritocrazia senza cogliere il nocciolo del concetto e capirne a fondo le implicazioni negative e positive del termine. Sarebbe troppo lungo ricordare Don Milani e le sue riflessioni sulla selezione scolastica che segna tutta la vita (anche se sarebbe necessario) e rimando alle molte cose scritte e dette.

La riflessione che mi preme fare è sulla differenza tra meritocrazia e merito e sull’impostazione che questi concetti assumono nella scuola e nella formazione.

In una società industriale era necessario disporre di un modello fordista anche nella formazione, tutti dovevano operare nello stesso modo e secondo compiti definiti per atture “il miglior modo” (The best way) per realizzare oggetti. In quel tipo di società era normale concepire un formazione che fornisse un sistema di nozioni, valori e metodi omologanti perché il modello fordista funzionava così. Tremonti, solo pochi giorni fa ci ha ricordato che è rimasto a questo passato.

Nella società della conoscenza abbiamo bisogno di talenti che sappiano creare e ideare nuovi modi di produrre o nuovi prodotti a partire da quelli che esistono. Il sistema produttivo ha sempre più bisogno della capacità di manipolare e creare concetti nuovi, prodotti e sistemi di produzione. Non è tanto importante la quantità di nozione posseduta ma l’abilità ad integrare nozioni attraverso gruppi di lavoro, brain storming e creatività ( il che non sgnifica che le nozioni non servano perché per integrare bisogna anche sapere).

Il nostro sistema di formazione attuale (e sarà peggio con la Gelmini) in realtà è costruito intorno al singolo che acquisisce nozioni e viene  premiato in base a quante di queste se ne ricorda. Per la verità in questi ultimi anni nella formazione primaria e in parte nella secondaria si è cominciato a fare un lavoro positivo. Tuttavia questo lavoro positivo si è aggiunto al sistema precedente senza una strategia chiara, dando luogo a risultati non sempre buoni, come diceva Einstein “non si può risolvere i problemi con lo stesso approccio che li ha determinati”.

Si procede premiando lo studente più vicino al criterio di selezione adottato, creando sempre più forte omologazione ad un sistema. Quante volte vediamo come funziona l’”esamificio” a cui sono ridotte alcune università e scopriamo che gli studenti riescono a scampare l’esame studiando nozioni che vengono dimenticate il giorno dopo. Per non parlare degli studenti furbi che imparano le domande che il professore fa più spesso nelle sessioni precedenti. Avremmo bisogno di un sistema di formazione in grado di far emergere le caratteristiche delle singole persone, insegnare ad integrare le diverse abilità, insegnare a formare processi creativi e a valutare questo con sistemi differenti dal giudizio del professore. Nella ricerca scentifica, ad esempio, sempre più spesso il merito viene valutato sulla base di sistemi di peer review in grado di porre la propria ricerca in un confronto con altri ricercatori e approcci. Potremmo, ad esempio, ripensare l’approccio al voto mettendo il professore nel ruolo di mentore e aprendo il giudizio anonimo tra studenti e tra studenti e professore (anche perché se tanti studenti non vanno bene al nostro sistema formativo forse ci sarà anche un problema in quest’ultimo). Queste dovrebbero essere le tipologie di problemi all’ordine del giorno della scuola e le idee che andrebbero valutate o criticate in un confronto alla ricerca di soluzioni migliori (che ci sono sempre), invece si parla di altro per mascherare il taglio della scuola per tutti.

Quante volte nella storia delle scoperte e delle tecnologie abbiamo visto che studenti “incapaci” sono diventati scienziati famosi (l’esempio più concreto è Einstein) proprio per il loro essere fuori dal coro che li ha portati a scoprire e rivoluzionare teorie tradizionali. L’omologazione in corso dei sistemi di formazione, in futuro, potrebbe farci perdere molti talenti (più di quanti ne perdiamo gia con un sistema formativo che riesce a portare alla laurea una piccola percentuale di giovani).

Per questo l’assalto che sta avvendo sulla scuola è molto più grave del tempo pieno e del taglio dei docenti (di per sé gravissimo), è un’assalto alla capacità di crescita del nostro paese. E’ un altro tassello dell’assioma che sembra governare con questa maggioranza, la nostalgia di un mondo chiuso, fordista, piccolo e provinciale. Un approccio nostalgico alla continua ricerca di risposte semplici più che di risposte adatte. Si confonde in tempo pieno con l’orario più lungo senza capire la differenza tra il doposcuola e una scuola che ha bisogno di più tempo e di modalità diverse di formazione.

Una moderna società che premia il merito non può che basarsi su un sistema di valutazione che non selezioni quelli che non ce la fanno ma gli chieda un impegno maggiore per raggiungere gli altri anche con un approccio che sappia essere flessibile (già perché se la razza umana non è fatta da esemplari eguali significa che un solo metodo di insegnamento può non andare bene). Abbiamo bisogno di una società che promuova la “diversità biologica” perché l’evoluzione in corso ci stimola da avere talenti diversi.

Il problema del nostro sistema formativo è quello di essere in grado di cogliere i segnali da parte dei giovani e aiutarli a tirare fuori il meglio da ognuno di loro.

I giovani sono gettati all’interno della scuola come banane in frullatore: o acquisiscono lo stesso colore o vengono gettati come frutta marcia. La scuola diventa spesso stress e pressione con il risultato che viene odiata o aggirata con destrezza. La scuola si somma allo stess enorme di crescere, scegliere cosa fare da grandi (scelta condizionata dal cercarsi un lavoro e così via), relazionarsi. Poi qualcuno si stupisce dell’aumentare dell’alcool e della droga nei ragazzi o dei suicidi o del bullismo! Gli adolescenti vivono come i minatori nel far west, tutto il giorno sotto pressione appena possono sfogano nei moderni saloon la loro necessità di sentirsi liberi e trasgredire.

La proposta Gelmini è “tolleranza zero”: chi è dentro è dentro.

Ho diffidenza del termine ricorrente “Meritocrazia” perché spesso viene confuso con “Omolocrazia” e di questa ne abbiamo già abbastanza. Premiare il merito richiede aprocci differenti dal passato, è più difficile ed è allo stesso tempo fondamentale se vogliamo innovare in nostro Paese.

Tags: berlusconi, formazione, Innovazione, Politica, sapere, scuola

Post correlati

I cinesi nello spazio e Tremonti sulle nuvole

Quello che sta accadendo sulle nostre teste in questi giorni è qualcosa di stravolgente per il nostro modello culturale e per il nostro futuro (e i giornali lo trattano come se fosse gossip).

La Cina ha in corso una delle più importanti missioni spaziali degli ultimi anni e stà sottolineando un paese cresciuto e nel quale è in corso una sorta di “fase 2″ dello sviluppo. Negli ultimi anni la Cina ha fatto enormi investimenti sulla conoscenza inviando suoi studenti in giro per il mondo e investendo in importanti programmi di ricerca di base e applicativa. Mentre noi italiani (in realtà dovrei dire i governi della destra 2001-2006 perché io non ero d’accordo) continuavamo a liquidare le spese in istruzione e ricerca come un’inutile fardello e sostenevamo lo sviluppo economico attraverso la legge Tremonti (che ha solo fatto spuntare come funghi capannoni industriali), l’Asia superava l’Europa in termini di spesa per ricerca scientifica e avviava un programma di sostegno alla nascita di laboratori di avanguardia tecnologica. La Korea ad esempio, avviando un programma per la diffusione della banda larga, ha liberato frequenze e reso possibile la sperimentazione di tecnologie alternative all’interno di regole che prevedono una qualità minima garantita (2m/bit secondo che per noi è chimera) con il duplice obiettivo  di diffondere presto una connessione veloce sul territorio e acquisire know-how per la propria industria elettronica sul WI-MAx e sulla fibra ottica.

Ormai, quando leggo le pubblicazioni USA, trovo sempre di più nomi indiani, cinesi, koreani e arabi. Mentre accadeva tutto questo a livello internazionale in Italia, presi dalla nostra supponenza di essere la culla del genio, la Moratti abbatteva a colpi di controriforma il sistema della ricerca, l’università, la scuola (lavoro “micidialmente” ripreso dalla Gelmini). In Italia si parla di scuola per contare i professori e i costi senza capire che inevitabilmente i costi si alzeranno se vogliamo una scuola migliore e se non costruiremo una scuola migliore i costi saranno ancora più alti in termini di arretratezza e declino. Il problema non è quanto costa la formazione ma quanto costa l’ignoranza.

Eppure in Italia esiste una generica litania sul fatto che siamo geni, ci sentiamo mediamente più intelligenti di altri popoli perché mangiamo meglio, siamo “latin lovers”, cantiamo meglio…Irene Tinagli nel suo ultimo libro distrugge giustamente questo mito e aiuta a porre la questione sulla nuda verità.

Non ci salverà certo l’idea che comunque siamo un bel paese (perdiamo terreno anche sul turismo) o che cuciniamo bene (nel mondo sempre più aziende straniere producono prodotti alimentari con nomi italianeggianti), in ogni caso se così fosse dovremmo cominciare a dirci apertamente che dobbiamo chiudere licei e tecnici per aprire solo istituti alberghieri.

La politica italiana è sempre più lontana dal futuro e non si sforza di ragionare sulla strategia per garantirlo. Da una parte c’è l’idea della destra italiana, con un mondo che possa tornare indietro (maestro unico, scuola per pochi, università per pochissimi, la ricerca come erogazione di contributi alle clientele) e  una via di crescita economica che punta sull’autarchia, sulla manifattura, sulla parte della piccola impresa che fa della propria manualità il suo “core business” e che non investe nulla e sulla parte di grande impresa familiare che ormai cerca solo di accaparrarsi la rendita dalle bollette o da mattone. Dal’altra parte la politica della sinistra, concentrata al quadro dei conti e al risanamento che non ha lasciato margini per investire nel futuro; presa da una “politica dei due tempi” e, fino ad ora, sempre espulsa verso il termine del primo.

Mentre la Cina dava vita ad un grande programma di ricerca spaziale Tremonti dava via libera alla svendita delle migliori imprese italiane del’aereospazio agli stranieri (già perchè è meglio difendere l’italianità di una azienda di servizi come Alitalia, a spese del contribuente, che non difendere la ricerca e le tecnologie che possono fare da leva sulla crescita). Eppure l’industria spaziale italiana è ancora una delle punte di eccellenza del nostro sistema, si costruiscono in Italia sistemi per la NASA e per i principali programmi internazionali. Avremmo potuto essere anche i più qualificati nella gestione del programma GALILEO se la “disattenzione” del governo Berlusconi non l’avesse fatto dirigere verso altri paesi.

La ricerca spaziale per la Cina non è un gadget o una medaglia luccicante di un dittatore nano, è una strategia di lungo termine che prevede di avere ricadute importanti nelle tecnologie per l’uso quotidiano come sempre è stato per i paesi occidentali. Il valore e l’importanza della missione cinese sullo spazio è molto più ampio della percezione che ne abbiamo e disegna un mondo nel quale rischiamo di comprare tecnologie e know-how cinesi a caro prezzo.

La risposta dovrebbe essere di emergenza ed europea.

Ci vorrebbe un programma di intervento che sostenga la ricerca pubblica attraverso la sua riorganizzazione, la promozione del merito (ho scritto merito e non meritocrazia), l’apertura di spazi ai giovani ricercatori. Troppo spesso anche la ricerca è diventata luogo di rendita per le baronie e questo andrebbe superato.

Ci vorrebbe una PA (e una politica che la dirige) capace di interpetarsi come domanda di tecnologie e applicazioni innovative e leva di crescita e sviluppo. Una PA in grado di alimentare una domanda qualificata di beni e servizi tecnologici. Oggi la spesa pubblica è troppo spesso al servizio delle lobby della rendita o preda di tagli indistinti, senza managerialità in grado di pianificare la soddisfazione dei bisogni dei cittadini attraverso la capacità di controllare e promuovere l’impresa che lavora e produce innovazione. Sarebbe troppo facile ricordare il portale “italia.it” (oggi in mano alla Brabilla) per pensare agli sprechi, esistono esempi sotto gli occhi di tutti di progetti che non hanno capo e coda o sono repliche di altri e finiscono per essere guadagni facili e sprechi certi. Anche quando abbiamo saputo costruire occasioni importanti di innovazione (il mercato elettronico, il protocollo elettronico, la firma digitale, ecc) poi è prevalso l’interesse clientelare che ha bloccato i progetti, messi nell’incertezza o regalati nelle mani di persone incapaci trasformandoli in occasioni perse.

Eppure la nostra università e la nostra ricerca dimostrano ogni giorno di produrre miracolosamente nuovi talenti (malgrado il sistema di assegnazione delle cattrede, i fondi irrisori, le baronie) e i nostri professionisti si impongono nelle grandi aziende internazionali (quanti manager italiani a capo di aziende multinazionali estere) o sono diventati punte di eccellenza nei settori nei quali contano i meriti e le abilità (come nell’opensource software). I grandi gruppi che si aggiudicano spesso le gare publiche difficilmente sono stati in grado di valorizzare queste capacità ed esportarle al’estero, quante imprese italiane di informatica aprono sedi all’estero e penetrano in nuovi mercati? Questo è il danno del provincialismo che stà uccidendo il nostro paese e il futuro dei nostri figli.

Tremonti qualche giorno fa parlando dela crisi finanziaria internazionale si è “gongolato” dietro al fatto che tornerà la manifattura e allora l’Italia avrà un vantaggio. Ormai la manifattura è sempre più immersa nella conoscenza, le imprese italiane che stanno esportando all’estero sono quelle che hanno saputo innovare i loro prodotti con l’elettronica e l’informatica, la conoscenza dei materiali (e infatti l’industria delle scarpe è alla frutta). Per avere questa industria è necessaria una quantità di conoscenza per unità di prodotto, se così si può dire, che non ha paragoni nella storia dell’uomo. Avremmo bisogno di personale sempre più qualificato e preparato e, sopratutto, di manager che non siano autodidatti sfuggiti alla scuola per comprare prima la porsche.

Certo fino a quando la cultura maggioritaria di questo paese sarà quella del duopolio televisivo italiano non abbiamo grandi speranze. E capisco anche perché il mito di sempre più giovani sia quello delle veline o dei tronisti/calciatori. in fondo le veline e i calciatori sono gli unici mestieri che consentono ad un cittadino italiano di “saltare” il suo ceto di partenza e di proiettarsi in una ascesa sociale. Certo non sarà il mestiere di biologo o ingegnere che consente di farlo, alle prese con anni di resistenza alla selezione nell’esamificio universitario per poi trovarsi con uno stipendio da operatore di call center o, nei casi fortunati, precario ma ricercatore.. Non me la sento di condannare un giovane nel voler trovare una via facile alla ricchezza, mi sento di condannare l’assurdità di un sistema che non da dignità e rispetto sociale a chi studia e produce futuro.

I cinesi sullo spazio dovrebbero spingerci a spronare la sonnecchiante Europa e invece la Gelmini, dopo aver superato con la furbizia i suoi esami, vuol ripristinare il sistema educativo della sua bisnonna.

Tags: berlusconi, economia, Innovazione, Politica

Post correlati

La rete e il mercato

Sembra che gli operatori mobili virtuali non siano molto soddisfatti dei loro introiti. I guadagni sono spesso nelle mani degli operatori “reali” e le complesse regole degli MVNO non consentono di avere prespettive buone. Anche in molti paesi europei sta accadendo la stessa cosa e spesso si è assistito a casi nei quali gli operatori mobili sono diventati brand di quelli fisici.

Questo è un ulteriore esempio che per competere su questo mercato è necessario possedere le infrastrutture e fare in modo che esista una competizione tra più soggetti.

I piccoli che credono di entrare sul mercato comprando e rivendendo la rete di altri si troveranno in brutte acque perchè diventeranno degli agenti di commercio senza alcun valore aggiunto per il cliente (che li percepirà come un costo).

Sarà lo stesso se si procedesse con un piano per accorpare le infrastrutture dei diversi operatori in una società con il contributo dello Stato. Purtroppo i segnali sono sempre più insistenti in tal senso: la Cassa depositi e Prestiti si prepara, il governo è pronto a “investire” un miliardo di euro, la Telecom si prepara a ricevere un investimento da parte della Banca Europea degli Investimenti, nuovi azionisti potrebbero entrare in Telecom.

Si prepara una situazione di monopolio delle telecomunicazioni nel quale i cittadini e le imprese dell’indotto ne pagheranno i danni. I cittadini che vedranno i costi fermi con una crescita (che servirà a pagare i debiti Telecom), le imprese dell’indotto che scopriranno la loro debolezza contrattuale se non un sistema poco trasparente di assegnazione degli appalti. Chi vedrà aumentare i propri giuadagni saranno le imprese che fanno buchi per la fibra. L’abbiamo gia vista questa soluzione molti anni fa e si chiamava SOCRATES, ha portato pochi vantaggi e tanti costi per la collettività per poi essere venduta.

Tutto il dibattito intorno alla banda larga è inquinato dalla necessità della fibra, in realtà si può fare molto con altre tecnologie come il wireless se solo fosse fatta la scelta di dedicarci le frequenze disponibili dopo il passaggio alla tv digitale e ripensare la modalità di assegnazione sulla base delle indicazioni internazionali. Costruire un modello misto fibra-wireless sarebbe una grande opportunità per il nostro paese, sopratutto sarebbe un volano di crescita per le imprese e le intelligenze che progettano e producono. L’altra opportunità sarebbe quella di favorire la crescita di infrastrutture parallele con un piano di investimenti pubblici sulle opere civili (cavidotti e palidotti) che rappresentano l’80% del costo di infrastrtutturazione.

Infrastruture parallele significa che il livello di investimento si manterrebbe alto nel tempo con un miglioramento qualitativo. In tutti i paesi dove la penetrazione è più alta c’è una competizione tra operatori a livello di infrastruttura.

Pensare che sia necessaria la fibra ovunque significa concentrarsi sul canale più costoso anche nelle situazioni nelle quale non c’è necessità (è come mettersi in testa che in città si va con la formula 1). Esistono moltissime situazioni nelle quale con 10Mbit è possibile offrire servizi di ottima qualità e questa velocità si può raggiungerla facilmente. Con il WIMAX si può raggiungere una velocità di qualche decina di megabit al secondo con estrema facilità e il costo di infrastruttura è notevolmente basso.

Se poi guardiamo i profili di consumo degli utenti notiamo che si stanno spostando verso un uso “nomadico” della rete e dunque mettere la fibra a casa non gli serve a nulla, anzi la vera sfida è quella di portare internet ovunque con il telefonino, il wimax e con quant’altro.

Tags: banda larga, economia, Innovazione

Post correlati

Articolo Recenti

commenti Recenti