Il dibattito sull’innovazione è lentamente degenerato su dibattito sull’innovazione nella PA.
Se le ICT sono così poco diffuse nella PA non è solo un problema di qualche politico che non capisce ma di un intero sistema culturale (ed economico) che vede (in modo conscio o inconscio) la PA come un costo, al limite per un servizio sociale.
In Italia abbiamo attribuito alla PA la missione di grande ammortizzatore sociale che dispensa posti di lavoro, controlla attraverso la burocrazia il sistema economico, genera una spesa da dividersi trai soggetti beneficiari (aziende ma anche associazioni, pensionati, talvolta partiti e altro..). Una PA governata da queste regole nei decenni passati è diventata un grande luogo nel quale ci sono riserve di persone che devono essere mantenute e questo viene più o meno giustificato da quasi tutti. Questo poteva avere persino senso in un momento della storia del Paese ma oggi è necessario ripensare completamente il modello.
Prendere atto di questo è importante perchè se non si parte da qui non si riesce a ripensare alcunché. Parlare di innovazione di un “oggetto” con questa missione è deleterio e pericoloso. finché la PA è considerata un covo per raccomandati e fannulloni parlare di innovazione è un esercizio di retorica o una tecnica di vendita da “piede nella porta”. Fortunatamente, come sempre accade nei sistemi sociali, ci sono dei “bachi” che hanno permesso di far entrare nella PA delle professionalità qualificate che però sono spesso mortificate o isolate.
Per questo credo che sia necessario da una parte parlare di innovazione uscendo dal recinto della PA dall’altra misurarsi con un paradigma in grado di dare alla PA una missione nuova utilizzando al meglio le risorse professionali e le intelligenze che vi sono.
La PA deve essere vista come una leva di crescita del benessere nazionale sia in termini di servizi ai cittadini ma anche come leva dell’economia. la PA può svolgere il ruolo che negli USA ha l’industria della difesa o dello spazio. E’ soprattutto necessario che l’Italia faccia il cambio di paradigma da economia fondata sula manifattura artigianale o industriale verso un sistema produttivo basato sulla conoscenza. E’ necessario sostituire dal “made in Italy” al “designed in italy”.
“Designed in Italy” significa anzitutto pensare e scoprire e poi essere capaci di realizzare e produrre, non significa che le cose le facciamo nei paesi a basso costo perchè già oggi è così e mi sembra che serve a poco. Significa prendere atto che il nostro sistema produttivo può crescere solo se prende atto che è “finita la festa” che ci ha visto dagli anni ’70 perdere qualsiasi interesse nel sapere applicato per concentrarci sul basso costo del lavoro (con le debite eccezioni per fortuna).
Se ragioniamo in questo contesto allora la PA non diventa un costo ma una splendida opportunità e l’investimento su di essa diventa una magnifica occasione per sollecitare la “filiera della conoscenza” fatta di quelle discipline che possono determinare la nascita di competenze e prodotti innovativi da vendere all’estero o al sistema delle aziende private.
Mi sono sempre chiesto perchè abbiamo grandi imprese nazionali di ICT che lavorano principalmente con la PA e, in taluni casi, realizzano ottimi progetti che non riescono ad esportare nè nel settore privato nè tantomento all’estero. La risposta che mi sono dato è che l’investimento della PA, poiché viene visto come una spesa, non si riesce mai a capitalizzarlo (per la verità di spiegazioni ce ne sono anche altre che tralascio).
Se la PA è un soggetto che deve generare una domanda di servizi per integrarli tra loro ed offrirli ai suoi cittadini per rendere il sistema più efficiente, allora è necessario anzitutto cambiare la macchina. E’ necessario partire dalla sua incapacità di formulare una domanda seria di servizi ai suoi fornitori e dalla incapacità di formulare una missione e una strategia per offrirli ai suoi clienti/cittadini (e uso il termine clienti anche se non mi piace perché rende l’idea meglio sul fatto che i cittadini non devono essere trattati come sudditi a cui viene concesso qualcosa).
Ripensare la macchina significa che bisogna partire dai dirigenti che spesso gestiscono la macchina con incompetenza. Essere dirigenti nella PA non presuppone alcuna esperienza pregressa in grandi organizzazioni, tipicamente si mette nelle mani di persone che hanno una cultura esclusivamente tecnica una complessa combinazione di problemi organizzativi e burocratici insieme ad una cultura del “non fare perchè potresti sbagliare” con il risultato che le cose marciscono (nell’ipotesi migliore). Non si capisce come mai per fare una buona costruzione si chiama l’architetto che ne analizza l’uso e la pensa in funzione della bellezza, della cultura che esprime, dell’uso sociale e poi l’ingegnere la progetta dal punto di vista tecnico e nell’ICT si chiama un ingegnere informatico che ha studiato solo bit&byte a pensare e progettare applicazioni informatiche che determinano complesse relazioni sociali e organizzative, con conseguenze spesso terribili.
Ripensare la macchina significa mettere mano sulla governance dell’IT nella PA, qui si tratterebbe solo di applicare regole ormai consolidate a livello internazionale. epure trovare una PA che adotta questi principi è quasi impossibile e, nel migliore dei casi, ne fa una dichiarazione di intenti. Per esempio si fa un gran parlare di controllare, valutare ecc. ma nessuno pronuncia la parola “audit indipendente”. Perchè non costituire un servizio all’interno della PA che abbia una sua autonomia e che abbia facoltà di controllare periodicamente tutte le PA secondo standard internazionali? Non una authority ma un servizio organizzato come ce ne sono nelle aziende private, applicando leggi dello stato come la 231.
E’ chiaro che non ha senso pensare meccanismi e marchingegni di governo della PA se non si affronta una discussione prioritaria sugli obiettivi della PA.
La PA deve avere l’obiettivo di sollecitare l’innovazione anche con progetti avveneristici, coagulando intorno a questi una massa critica di imprese piccole e medie in grado di disegnare sistemi che possono poi essere venduti (o in termini di prodotti o di servizi) in altri contesti (privato o estero). Questo significa riempire la PA delle migliori competenze sul settore e cominciare ad “alzare l’asticella” di selezione dei fornitori puntando sulla qualità e capacità anziché sul prezzo basso (che poi è fintamente basso). Significa che la PA deve essere in grado di pagare le fatture con precisione e velocità e ridurre la burocrazia interna; significa che per governare l’innovazione nella PA serve la capacità di essere propositivi per utilizzare meglio il denaro e farlo fruttare. Nella PA ci sono troppi tecnici che aspettano ordini e pochi manager che propongono iniziative e si misurano su queste.
Non è che abbiamo sempre mancato questa visione, abbiamo pensato prima di altri il mercato elettronico e la firma elettronica, potevamo trasformarli in una grande occasione per fare dell’Italia un grande player internazionale nel settore e invece abbiamo avuto una burocrazia, una politica e una impresa che ha fermato tutto. I danesi sul mercato elettronico sono partiti più tardi di noi e ad oggi hanno prodotto diversi standard ormai accettati da tutti. Su mercato elettronico siamo perfino riusciti a comprare un prodotto di un’azienda straniera ancora in una fase di immaturità e l’abbiamo fatto crescere sulla pelle della nostra PA! Per non parlare della dematerializzazione, abbiamo in Italia esperti tra i più quotati al mondo nell’archivistica anche digitale e ancora abbiamo palazzi al centro di Roma pieni di carta, magari palazzi in affitto.
La PA deve essere in grado di esprimere una domanda, degli standard (magari applicando quelli che già esistono perché essere un “paese di inventori” non significa sempre l’acqua calda), promuovere l’impresa nazionale o competenze italiane. Questo si coniuga perfettamente con la sua missione di fornire servizi di qualità ai cittadini. Ci vuole una PA in grado di investire sul talento e di farlo crescere chiedendogli il meglio, questo aiuta le imprese di talento a fornire servizi di eccellenza e ad investire loro stesse sulle professionalità.
Esempi all’estero ce ne sono, il governo inglese ormai molto tempo fa si diede come obiettivo quello di individuare delle regole per gestire i servizi IT, da queste semplici e funzionali regole oggi è nata una certificazione ISO ed è diventata la metodologia di gestione dei servizi più diffusa al mondo (e anche la migliore). Grandi aziende l’hanno fatta propria e sono nati tanti prodotti per realizzarla, il governo inglese ha creato delle certificazioni per il personale che vengono prese in tutto il mondo e da cui ne derivano anche dei diritti (con conseguente introito economico). Il Canada ha realizzato uno dei più sofisticati sistemi di e-government a livello internazionale e va in giro per il mondo a “venderlo” agli altri; la Spagna ha realizzato un sistema di gestione del personale della PA molto innovativo e va a venderlo in giro per il mondo.L’Italia da troppi anni lascia marcire un progetto di Carta di identità elettronica prima perchè le regole tecniche erano state prodotte in funzione della disponibilità delle aziende e oggi, che la parte tecnica è stata messa a posto, perché la politica non trova interessante tale progetto. Quasi tutti i grandi progetti della PA sono stati realizzati male e spesso rischiano di diventare preda di un settore nel quale si investe poco e si cerca di arraffare quel che c’è.
Il sistema delle imprese da qualche anno ha cominciato a chiedere, a mio parere ancora troppo timidamente, un cambio di direzione. Rimane ancora in bilico tra chiedere una PA più in grado di chiedere meglio e controllare l’operato dei suoi fornitori e una PA che spende e basta.
Una parte della politica in questi anni ha imparato a governare semplicemente spostando le voci di spesa o allocando risorse. Assistiamo a ministri che si sentono tali perché sono in grado di mettere qualcosa in una voce di bilancio nella finanziaria e viviamo in un paese nel quale la finanziaria diventa l’unica vera legge di governo del paese. Poi, dopo aver visto furiose liti per dividersi la torta, scopriamo che i soldi spesso non vengono spesi dalle amministrazioni o vengono spesi a dicembre per non perderli ( dunque vengono spesi male e in hardware). Abbiamo bisogno di una politica in grado di pianificare le risorse in funzione degli obiettivi e di governare le lobby (che di per sé non sono il diavolo) per promuovere anzitutto gli interessi del paese.
L’innovazione nella PA può esserci se c’è il cambio di paradigma, la crisi internazionale può favorire tale cambio ma gli esiti non sono scontati. Assistiamo ad una combinazione tra la paura del nuovo nei cittadini che troppe volte hanno sentito parlare di nuovo e si sono trovati con meno diritti e una vita sempre più precaria e un sistema politico-economico che vuole conservare fino all’ultimo un sistema anacronistico.
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