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In un’economia internazionale che si sta richiudendo in una crisi generale è difficile immaginare di esportare molti prodotti ed è ancora più difficile pensare che questo basti a sollevare il PIL italiano.

E’ necessario investire sulla domanda interna (e qui sarebbe utile ricordarsi che il boom economico era anzitutto domanda interna..). Una domanda interna che si potrà dispiegare sul fronte dei servizi e sul fronte di un aggiornamento dei prodotti già presenti nelle famiglie con nuovi che abbiano caratteristiche migliori i termini di qualità e innovazione.

Le imprese italiane devono imparare a soddisfare la domanda interna che è una domanda di qualità superiore in termini di aspettative da parte del cliente e di qualità e innovazione del prodotto ed è anche una domanda fatta di richiesta di servizi ai cittadini sempre più comlessi e sofisticati.

La domanda interna è una sfida al sistma dell’impresa italiana abituato a ragionare con una produzione manifatturiera basata sui costi relativamente bassi o sul lusso e con un sistema dei servizi sempre più chiuso in una oligarchia che non subusce regole e impone ai cittadini prezzi e servizi. Il dispiegarsi della domanda interna “obbligherebbe” il sistema delle imprese a fare un salto di qualità.

Per sviluppare la domanda interna però è necessario che i cittadini ricomincino ad avere fidcucia e a crescere le loro aspettative positive. Non basta solo mettere più denaro nei portafogli (consizione necessaria) serve che vi sia una certa tranquillità sul fatto che non possano esserci imprevisti e “scossoni” che compromettano lo status raggiunto.

Per fare questo è necessario da una parte che oltre a misure fiscali che riducano il peso delle tasse su chi produce (non solo il lavoro dipendente perchè ormai esiste un vasto mondo di impresa che deve essere incentivato ) e ricostruire un sistema di stato sociale che consenta una maggiore tranquillità. Puoi mettere nel portafogli di una famiglia un po’ più di soldi ma se l’aspettativa è quella di un futuro incerto e del rischio di rimanere senza garanzie quei soldi andranno in risparmio e dunque nel circuito della rendita finanziaria…

Per questo il modello della destra liberista era sbagliato e per questo abbiamo visto i suoi terribili effetti.

Per dare più soldi ai cittadini è necesario che si recuperi contemporaneamente l’evasione fiscale riristinando le misure adottate da Visco e cominciando un grand piano di efficentamento della PA che abbia come obiettivo quello di allargarne il perimetro per consentire che il pubblico possa produrre servizi migliori che soddisfino più bisogni. Ad esempio un sistema preidenziale che paga anche l’assistenza non è più compatibile. E’ necessario che si allarghino le malie del sistema preidenziale per consentire alle famiglie di guardare con più tranquillità il futuro e che dunque si valuti con attenzione i bilanci in attivo dell’INPS perchè ossono essere l’indicatore che si è proceduto con riforme draconiane che forse possono essere riviste.

E’ necessario che vengano ridistribuite le aliquote fiscali preferendo i redditi da lavoro a quelli da rendita e attirando nuovi capitali internazionali disposti ad investire (anzichè mandarli via dietro l’autarchia dell’italianità). E’ necessario emanare provvedimenti urgenti (direi decreti) che colpiscano le rendite di posizione liberando il mercato e dunque colpendo in modo chirurgico le autostrade, i petroli, gli ordini professionali, le corporazioni che hanno visto in questi anni rafforarsi il loro potere.

I piani anticrisi più efficaci sono quelli più “semplici”…

Tags: economia, Innovazione, Politica

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ho un piano anticrisi

Le grandi crisi sono anche un momento per ripensare a quello che si è fatto e disegnare nuovi scenari. I discorsi che sento dalla politica (che dovrebero disegnare questi scenari) sono tavolta sconfortanti.

Pare che non si riesca ad uscire fuori dai soliti stereotipi della domanda pubblica tutta basata su grandi infrastrutture o la domanda pubblica che diventa un volano senza cambiare i modi attuali in cui si esercita.

Che la domanda pubblica debba tornare a fare il suo ruolo di traino dell’offerta industriale e di stimolo nell’aumento della sua qualità e produttività lo dico ormai da un po’ di tempo (non che questo conti più di tanto), la cosa tuttavia che non va bene in questo “tamburare” dei media e della politica è la mancanza di una visione della realtà.

Per fare una buona domanda pubblica sarebbe necessaria anzitutto una buona pubblica amministrazione e oggi noi abbiamo un PA che non è in grado di esprimere le professinalità necessarie a fare una politica di “procurement strategico” e di gestione efficente degli acquisti. sarebbe come minimo necessario che vi fossero bravi manager in grado di operare secondo le “best practices” internazonali con capacità interne di formulazione dei requisiti e di selezione dei fornitori sulla base del loro “talento” a produrre prodotti/servizi di qualità e saperli industrializzare. La PA dovrebbe porsi nei confronti dell’industria privata come un soggetto che ne coltiva le potenzialità e che la indirizza al rispetto di standard qualitativi elevati ed internazionali, che stimola la fornitura di prodotti e servizi che possano poi competere con eguali prodotti e servizi forniti da aziende estere. Oggi questa PA non esiste, tranne in rai casi. i progetti di riduzione dei costi senza capire bene cosa si fa non fanno altro che peggiorare la situazione sfavorendo favorendo le lobby più forti.

L’altro aspetto preoccupante dei discorsi che vengono fatti in questi giorni è quello dell’investimento in infrastrutture. E’ noto come in Italia lo sviluppo del sud sia stato frenato negli anni 50 e 60 da forti investimenti nelle “cattedrali nel deserto”, investimenti titanici in poli chimici, centrali energetiche, strade che producevano nell’immediato una domanda di lavoro dequalificato (edilizia) ma nel lungo tempo si dimostravano inutili per produrre un processo di crescita di filiere e indotti che innescassero la crescita nei territori. Mi sembra che quando si parla delle solite infrastrutture si corre di nuovo questo rischio.

Sono più di quindici anni che sentiamo parlare di infrastrutture e sono stai cantierati ponti, autostrade, tav, e altre avveneristiche opere che non hanno prodotto quasi nulla di sviluppo. Certo in quasiasi pese del mondo in cui devi costruire qualcosa di importante i nostri big della costruzione sono sempre ben posizionati ma questo non genera nulla in Italia. E poi non è molto utile costruire infrastrutture se prima non esistono gli attori che dovrebbero riempirle, chi costruirebbe un acquedotto nel deserto?

Si sente spesso ripetere che la nostra economia è più solida perchè è basata sulla manifattura come la Germania, ma proprio la Germania negli ultimi anni ha saputo ripensare il suo modello e posizionarsi, ad esempio,  efficacemente sul mercato del software con SAP e con molti prodotti “opensource”, investire in ricerca e formazione (con un piano di pochi giorni fa che vuole investire il 10% del PIL in formazione). La Germania ha capito che i suoi prodotti saranno venduti nel mondo se contengono una quantità di conoscenza sempre maggiore..

Le nostre aziende che hanno cominciato ad esportare sono quelle che hanno innovato i loro prodotti con conoscenza e innovazione, quelli del lusso probabilmente  risentirano della crisi finanziaria e delle borse.

Ma allora come se ne esce?

In Italia si sapeva dalla firma del trattato di Maastrich che era necessario ripensare il modello industriale. Il nostro sistema delle imprese tutto costruito su prodotti a basso costo con una media qualità che venivano venduti all’estero avrebbe trovato nelle economie dell’estremo oriente un grave ostacolo. Con il trattato non sarebbe stato più possibile giocare sull’inflazione e sulla svalutazione. Eppure proprio nei primi anni novanta la politica si è trasformata da costruttrice di consenso in inseguitrice di consenso. La crisi dei partiti di massa che erano in grado di avere presenza sul territorio e disegnare scenari proiettandoli sui suoi militanti, si sono trasformati in antenne che captano ciò che gli elettori vogliono e lo propongono per cercare di raccogliere il loro consenso.

In tutti questi anni il nostro sistema economico si è adattato sui suoi limiti (non tutto ovviamente e con molte eccezioni) e ora ci troviamo a fare i conti con un sistema fragile che in questi anni ha investito poco in ricerca, formazione e innovazione. Un sistema incapace di opporsi efficacemente alla concorrenza dei prodotti a basso prezzo ma che è costretta ad utilizzarli aggiungendo la dicitura “made in italy”. Basta pensare al distretto del divano in puglia nel quale sono nate imprese di lavoratori cinesi che consentono di ridurre i costi alle aziende italiane.

E’ il momento di pensare ad un piano anticrisi che con decisione cambi rotta e investa in produzioni basate sulla conoscenza e sull’innovazione di prodotti esistenti inserendoci una quantità di conoscenza sempre più elevata.

Questo significa individuare delle priorità/opportunità di innovazione. Il tema dell’energia per esempio può essere ripensato investendo il costo di una centrale nuova in ricerca e sviluppo per il risparmio energetico. Già oggi esistono prodotti come lampadine a basso consumo o motori elettrici a baso consumo che consentono enormi risparmi, l’Italia potrebbe cercare di posizionarsi nell’industria del risparmio energetico producendo brevetti e tecnologie in questo senso con grande beneficio per la nostra bolletta energetica e nella nostra bilancia commerciale. Il tema delle biotecnologie che ci vede al’avanguardia in molte ricerche ma che non è in grado di decollare per l’incapacità di trasformare la ricerca di base in prodotti. il tema dell’innovazione tecnologica nel quale esistono competenze di eccellenza e che è fondamentale in ogni settore produttivo; sarebbe necessario spingere gli investimenti su ICT in un paese come l nostro nel quale si spende pocoe male.

Ma è necessario che molte imprese sia poste di fronte al dilemma chiudere o cambiare. Non è utile sostenere tutte le imprese.

E’ sopratutto una priorità lo smantellamento dei privilegi corporativi, degli ordini, delle rendite di posizione, di una tassazione del 12% sugli investimenti finanziari e di molto più del 30% per il lavoro. non è pensabile che svegliarsi la mattina e andare a lavorare, rischiare, creare, combattere debba essere tassato molto di più di chi reinveste i profitti in borsa. Questo non spinge certo i capitali ad entrare nel sistema industriale!

Questo governo ha dato segnali diversi da quelli necessari, continua a sostenere un modelo industriale basato su poche famiglie ex industriali che possiedono molte delle società presenti in borsa e che determinano e politiche del governo stesso. Gli stessi industriali che spesso possiedono i media e le banche.

E’ tempo di fare scelte difficili, di scegliere se il poco ossigeno nella bombola debba andare a tenere in vita il moribondo o a dare speranza ai suoi figli. Un dilemma triste e violento ma è la dura realtà.

Tags: economia, Innovazione, PD, Politica, sapere

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La PA e l’ICT (anche se molti la chiamano innovazione..)

Il dibattito sull’innovazione è lentamente degenerato su dibattito sull’innovazione nella PA.

Se le ICT sono così poco diffuse nella PA non è solo un problema di qualche politico che non capisce ma di un intero sistema culturale (ed economico) che vede (in modo conscio o inconscio)  la PA come un costo, al limite per un servizio sociale.

In Italia abbiamo attribuito alla PA la missione di grande ammortizzatore sociale che dispensa posti di lavoro, controlla attraverso la burocrazia il sistema economico, genera una spesa da dividersi trai soggetti beneficiari (aziende ma anche associazioni, pensionati, talvolta partiti e altro..). Una PA governata da queste regole nei decenni passati è diventata un grande luogo nel quale ci sono riserve di persone che devono essere mantenute e questo viene più o meno giustificato da quasi tutti. Questo poteva avere persino senso in un momento della storia del Paese ma oggi è necessario ripensare completamente il modello.

Prendere atto di questo è importante perchè se non si parte da qui non si riesce a ripensare alcunché. Parlare di innovazione di un “oggetto” con questa missione è deleterio e pericoloso. finché la PA è considerata un covo per raccomandati e fannulloni parlare di innovazione è un esercizio di retorica o una tecnica di vendita da “piede nella porta”. Fortunatamente, come sempre accade nei sistemi sociali, ci sono dei “bachi” che hanno permesso di far entrare nella PA delle professionalità qualificate che però sono spesso mortificate o isolate.

Per questo credo che sia necessario da una parte parlare di innovazione uscendo dal recinto della PA dall’altra misurarsi con un paradigma in grado di dare alla PA una missione nuova utilizzando al meglio le risorse professionali e le intelligenze che vi sono.

La PA deve essere vista come una leva di crescita del benessere nazionale sia in termini di servizi ai cittadini ma anche come leva dell’economia. la PA può svolgere il ruolo che negli USA ha l’industria della difesa o dello spazio. E’ soprattutto necessario che l’Italia faccia il cambio di paradigma da economia fondata sula manifattura artigianale o industriale verso un sistema produttivo basato sulla conoscenza. E’ necessario sostituire dal “made in Italy” al “designed in italy”.

“Designed in Italy” significa anzitutto pensare e scoprire e poi essere capaci di realizzare e produrre, non significa che le cose le facciamo nei paesi a basso costo perchè già oggi è così e mi sembra che serve a poco. Significa prendere atto che il nostro sistema produttivo può crescere solo se prende atto che è “finita la festa” che ci ha visto dagli anni ’70 perdere qualsiasi interesse nel sapere applicato per concentrarci sul basso costo del lavoro (con le debite eccezioni per fortuna).

Se ragioniamo in questo contesto allora la PA non diventa un costo ma una splendida opportunità e l’investimento su di essa diventa una magnifica occasione per sollecitare la “filiera della conoscenza” fatta di quelle discipline che possono determinare la nascita di competenze e prodotti innovativi da vendere all’estero o al sistema delle aziende private.

Mi sono sempre chiesto perchè abbiamo grandi imprese nazionali di ICT che lavorano principalmente con la PA e, in taluni casi, realizzano ottimi progetti che non riescono ad esportare nè nel settore privato nè tantomento all’estero. La risposta che mi sono dato è che l’investimento della PA, poiché viene visto come una spesa, non si riesce mai a capitalizzarlo (per la verità di spiegazioni ce ne sono anche altre che tralascio).

Se la PA è un soggetto che deve generare una domanda di servizi per integrarli tra loro ed offrirli ai suoi cittadini per rendere il sistema più efficiente, allora è necessario anzitutto cambiare la macchina. E’ necessario partire dalla sua incapacità di formulare una domanda seria di servizi ai suoi fornitori e dalla incapacità di formulare una missione e una strategia per offrirli ai suoi clienti/cittadini (e uso il termine clienti anche se non mi piace perché rende l’idea meglio sul fatto che i cittadini non devono essere trattati come sudditi a cui viene concesso qualcosa).

Ripensare la macchina significa che bisogna partire dai dirigenti che spesso gestiscono la macchina con incompetenza. Essere dirigenti nella PA non presuppone alcuna esperienza pregressa in grandi organizzazioni, tipicamente si mette nelle mani di persone che hanno una cultura esclusivamente tecnica una complessa combinazione di problemi organizzativi e burocratici insieme ad una cultura del “non fare perchè potresti sbagliare” con il risultato che le cose marciscono (nell’ipotesi migliore). Non si capisce come mai per fare una buona costruzione si chiama l’architetto che ne analizza l’uso e la pensa in funzione della bellezza, della cultura che esprime, dell’uso sociale e poi l’ingegnere la progetta dal punto di vista tecnico e nell’ICT  si chiama un ingegnere informatico che ha studiato solo bit&byte a pensare e progettare applicazioni informatiche che determinano complesse relazioni sociali e organizzative, con conseguenze spesso terribili.

Ripensare la macchina significa mettere mano sulla governance dell’IT nella PA, qui si tratterebbe solo di applicare regole ormai consolidate a livello internazionale. epure trovare una PA che adotta questi principi è quasi impossibile e, nel migliore dei casi, ne fa una dichiarazione di intenti. Per esempio si fa un gran parlare di controllare, valutare ecc. ma nessuno pronuncia la parola “audit indipendente”. Perchè non costituire un servizio all’interno della PA che abbia una sua autonomia e che abbia facoltà di controllare periodicamente tutte le PA secondo standard internazionali? Non una authority ma un servizio organizzato come ce ne sono nelle aziende private, applicando leggi dello stato come la 231.

E’ chiaro che non ha senso pensare meccanismi e marchingegni di governo della PA se non si affronta una discussione prioritaria sugli obiettivi della PA.

La PA deve avere l’obiettivo di sollecitare l’innovazione anche con progetti avveneristici, coagulando intorno a questi una massa critica di imprese piccole e medie in grado di disegnare sistemi che possono poi essere venduti (o in termini di prodotti o di servizi) in altri contesti (privato o estero). Questo significa riempire la PA delle migliori competenze sul settore e cominciare ad “alzare l’asticella” di selezione dei fornitori puntando sulla qualità e capacità anziché sul prezzo basso (che poi è fintamente basso). Significa che la PA deve essere in grado di pagare le  fatture con precisione e velocità e ridurre la burocrazia interna; significa che per governare l’innovazione nella PA serve la capacità di essere propositivi per utilizzare meglio il denaro e farlo fruttare. Nella PA ci sono troppi tecnici che aspettano ordini e pochi manager che propongono iniziative e si misurano su queste.

Non è che abbiamo sempre mancato questa visione, abbiamo pensato prima di altri il mercato elettronico e la firma elettronica, potevamo trasformarli in una grande occasione per fare dell’Italia un grande player internazionale nel settore e invece abbiamo avuto una burocrazia, una politica e una impresa che ha fermato tutto. I danesi sul mercato elettronico sono partiti più tardi di noi e ad oggi hanno prodotto diversi standard ormai accettati da tutti. Su mercato elettronico siamo perfino riusciti a comprare un prodotto di un’azienda straniera ancora in una fase di immaturità e l’abbiamo fatto crescere sulla pelle della nostra PA! Per non parlare della dematerializzazione, abbiamo in Italia esperti tra i più quotati al mondo nell’archivistica anche digitale e ancora abbiamo palazzi al centro di Roma pieni di carta, magari palazzi in affitto.

La PA deve essere in grado di esprimere una domanda, degli standard (magari applicando quelli che già esistono perché essere un “paese di inventori” non significa sempre l’acqua calda), promuovere l’impresa nazionale o competenze italiane. Questo si coniuga perfettamente con la sua missione di fornire servizi di qualità ai cittadini. Ci vuole una PA in grado di investire sul talento e di farlo crescere chiedendogli il meglio, questo aiuta le imprese di talento a fornire servizi di eccellenza e ad investire loro stesse sulle professionalità.

Esempi all’estero ce ne sono, il governo inglese ormai molto tempo fa si diede come obiettivo quello di individuare delle regole per gestire i servizi IT, da queste semplici e funzionali regole oggi è nata una certificazione ISO ed è diventata la metodologia di gestione dei servizi più diffusa al mondo (e anche la migliore). Grandi aziende l’hanno fatta propria e sono nati tanti prodotti per realizzarla, il governo inglese ha creato delle certificazioni per il personale che vengono prese in tutto il mondo e da cui ne derivano anche dei diritti (con conseguente introito economico). Il Canada ha realizzato uno dei più sofisticati sistemi di e-government a livello internazionale e va in giro per il mondo a “venderlo” agli altri; la Spagna ha realizzato un sistema di gestione del personale della PA molto innovativo e va a venderlo in giro per il mondo.L’Italia da troppi anni lascia marcire un progetto di Carta di identità elettronica prima perchè le regole tecniche erano state prodotte in funzione della disponibilità delle aziende e oggi, che la parte tecnica è stata messa a posto, perché la politica non trova interessante tale progetto. Quasi tutti i grandi progetti della PA sono stati realizzati male e spesso rischiano di diventare preda di un settore nel quale si investe poco e si cerca di arraffare quel che c’è.

Il sistema delle imprese da qualche anno ha cominciato a chiedere, a mio parere ancora troppo timidamente, un cambio di direzione. Rimane ancora in bilico tra chiedere una PA più in grado di chiedere meglio e controllare l’operato dei suoi fornitori e una PA che spende e basta.

Una parte della politica in questi anni ha imparato a governare semplicemente spostando le voci di spesa o allocando risorse. Assistiamo a ministri che si sentono tali perché sono in grado di mettere qualcosa in una voce di bilancio nella finanziaria e viviamo in un paese nel quale la finanziaria diventa l’unica vera legge di governo del paese. Poi, dopo aver visto furiose liti per dividersi la torta, scopriamo che i soldi spesso non vengono spesi dalle amministrazioni o vengono spesi a dicembre per non perderli ( dunque vengono spesi male e in hardware). Abbiamo bisogno di una politica in grado di pianificare le risorse in funzione degli obiettivi e di governare le lobby (che di per sé non sono il diavolo) per promuovere anzitutto gli interessi del paese.

L’innovazione nella PA può esserci se c’è il cambio di paradigma, la crisi internazionale può favorire tale cambio ma gli esiti non sono scontati. Assistiamo ad una combinazione tra la paura del nuovo nei cittadini che troppe volte hanno sentito parlare di nuovo e si sono trovati con meno diritti e una vita sempre più precaria e un sistema politico-economico che vuole conservare fino all’ultimo un sistema anacronistico.

Tags: economia, Innovazione, PD, Politica, sapere

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