il traguardo e il tragitto…
24-apr-09
Nelle ultime settimane ho partecipato ad alcuni convegni sull’innovazione. Per la verità anche quando partecipo a convegni su altri temi il problema c’è sempre.
Spesso in queste occasioni si arriva a discutere sul cosa fare e l’accento arriva immediatamente sul come farlo. Anzi troppo spesso tutti si concentrano sulle azioni da fare, sulla governance, sugli strumenti da adottare…si ma la missione?
Vedo sempre più spesso che questo Paese è concentrato sul micro senza avere visioni, missioni e ciò che può mobilitare gli animi.
Prendiamo le elezioni (siamo in tempi di voto) ci sono spesso elenchi sconfinati di impegni sempre più concreti e immediati, apprezzabili spiegazioni su come tutto questo verrà realizzato, dove si prendono i soldi...si ma il perchè? per quale scopo e a quale fine? con quali valori?
Si confonde il traguardo che è dietro l’orizzonte con il tragitto che è la strada che ogni giorno percorriamo. Ma come è possibile progettare un tragitto senza avere chiaro il traguardo? Quale comandante di nave può tracciare una rotta senza sapere dove deve essere l’approdo e quale equipaggio o ciurma può resistere e battersi per tutto il tragitto se non ha ben chiaro l’approdo e il premio che potrà trovarci (fosse pure un barile di rhum:-)).
E infatti il nostro Paese sono molti anni che non riesce andare da nessuna parte, sempre fermo quando non arretra, alla deriva delle economie mondiali. Basta guardare la politica di Tremonti che spera nella ripresa mondiale (in verità spesso abbiamo sentito, e da più parti, dire che ci riprenderemo grazie alla ripresa mondiale per poi scoprire che gli altri si riprendevano e noi no). E, con i distinguo, devo dire che anche il centro-sinistra talvolta è rimasto imbrigliato in meccanismi simili. Ma non sarà che dovremmo sforzarci di più di disegnare e progettare il traguardo?
Obama ha vinto sopratutto perchè ha saputo mobilitare l’amerca su un traguardo, non ha mediato tra diverse spinte corporative per un punto di incontro ha saputo disegnare una nuova america e su quella costruire il consenso. Poi magari non ci riuscirà questo lo vedremo, ma ci avrà provato.
La politica nostrana invece si è appiattita sul quotidiano mediare tra spinte diverse, vivacchiare spesso nella risacca della non scelta fino a quando le cose vanno in malora. E’, ad esempio, da quando è stato firmato il trattato di Maastrich che si sapeva cosa avrebbe comportato per una economia come la nostra. Negli anni ’70 la nostra piccola industria vendeva prodotti a basso costo e con buona qualità a quella tedesca, ogni tanto un po’ di svalutazione e un po’ di debito pubblico davano aria al bracere e tutto andava. Con il trattato questo non è più possibile ed è necessario andare verso un modello economico diverso in cui le PMI siano più innovative e dunque cambino fortemente pelle. La politica dal ’92 ha continuato a lasciar andare per non prendersi la briga di perder voti, quando bisogna dar aria si fa aumentare l’evasione fiscale e si spera di tirar a campare.
I nodi però arrivano sempre al pettine e più tardi arrivano più fa male districare il groviglio. Da questa crisi si esce con una nuova mentalità. con un nuovo modo di fare, con un nuovo disegno di futuro fatto di valori, visioni e missione. I cinesi hanno piano di 20 o 30 anni, così anche altre economie. Avere una visione su un periodo lungo significa che tutti possono costruire avendo come parametro un perido lungo, significa che chi vuole investire può disegnare un percorso. Che disegno si può fare in un paese che programma con finanziarie annuali, che le approva in 9 minuti e poi le cambia ogni 30 giorni perchè “scopre” che le tabelle non avevano abbastanza righe per descrivere la realtà?
Ma questo difetto, per la verità, non è solo italiano (anche se da noi in questi ultimi 15 anni è diventato cronico e pericolosissimo) è un difetto anche di una Europa che non cresce e vive alla deriva. Una Europa che sempre più spesso media tra le esigenze di tutti i 27 paesi per far tutti contenti (o tutti incavolati) senza avere disegni di futuro. Anzi in realtà a livello europeo si firmano pure splendidi documenti che disegnano nuovi modeli economici e sociali che consentirebbero crescita e prosperità ma poi rimangono lettera morta nel conservatorismo di governicchi e lobby. Uno spazio economico importante che doveva diventare la più importante economia basata sulla conoscenza e che invece vede il suo budget consumarsi sui settori più svariati. Una politica europea che non ha il coraggio di dire a qualcuno che è il momento di non ricevere più sovvenzioni (o di riceverne meno) per costruire il futuro di tutti.
Se vogliamo riprendere a costruire un futuro per il nostro Paese e per l’Europa c’è bisogno subito di disegnare il traguardo, la missione e i valori che adottiamo per arrivarci. Questa è la priorità nazionale e questa crisi potrebbe essere una opportunità per farlo. Appena il traguardo sarà chiaro sarà semplice tracciare la rotta e le difficoltà che ci aspettano le vivremo come esperienze di un’avventura e non come il disappunto di una entità soprannaturale che ci chiede di lasciare tutto nella conservazione.
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