e-Welfare

La più dura crisi dal ’29 sta facendo emergere problemi che negli ultimi venti anni pensavamo rimossi. In tutti questi anni la scuola neoliberista avevano condannato il ruolo dello stato a ruolo quasi inutile e invece oggi ci troviamo che in quasdi tutto l’occidente lo stato si deve accollare il costo della crisi e le coperture necessarie a garantire ai suoi cittadini un livello di vita decoroso. Se non vediamo file di disoccupati alle mense dei poveri (anche se la povertà è aumentata in modo preoccupante colpendo duramente anche le classi medie) è perchè  esiste un sistema di welfare che garantisce a molte persone una copertura di reddito e di servizi.

Il welfare state ha rappresentato per molti anni uno dei valori fondanti delle economie europee e ha permesso di promuovere uno sviluppo sociale senza precedenti. Oggi, tuttavia, la società è mutata e i meccanismi di erogazione di servizi del secolo scorso spesso non sono più funzionali alle nuove esigenze.

Viviamo in società più nomadi nelle quali spesso si trova lavoro in città differenti da quelle in cui si ha la famiglia o ci si sposta per lavoro con maggiore frequenza. Il lavoro è diventato un percorso nel quale si cambiano diverse aziende e la stessa modalità di lavorare è in funzione degli obiettivi più che degli orari. Cambia lo stesso modo di vivere il rapporto lavoro/vita privata, diventa più in funzione delle esigenze individuali o del datore di lavoro. Anche un commesso può trovarsi a lavorare su più turni, compresi festivi. Uno dei mestieri più legato all’orario (quello dei negozi) si trova in questo secolo a dover lavorare perfino la notte. Sarà sempre più così.

A fronte di questo stravoglimento l’apparato statale è quasi immobile. Tutti gli orari degli uffici sono costruiti secondo l’esigenza degli uffici stessi senza nemmeno porsi il problema di chi li deve utilizzare. Come anche l’organizzazione territoriale non tiene conto nemmeno del fatto che sempre più persone sono pendolari e si muovono ogni giorno attraversando diversi comuni. I servizi sono offerti su base comunale, con il risultato che alle famiglie viene fatto carico di cavarsela se, per ragioni di lavoro, vogliono portare i figli nell’asilo nido più vicino a dove trascorrono gran parte della loro giornata. Per non parlare del certificato da prendere o dal medico dove andarsi a far visitare.Tutto questo spesso con duplicazioni di strutture e inefficenze di servizio.

In realtà andrebbe ripensato completamente il meccanismo di erogazione del welfare, costruendo un meccanismo più snello che possa essere utilizzato nei modi e nei tempi più utili al cittadino. Se è possibile operare su un conto in banca da casa deve poter essere possibile utilizzare i servizi del comune o dello stato da casa, deve essere possibile poter parlare con il medico via skype per un breve consulto o farsi visitare da quello più vicino a dove si è in quel momento con la sicurezza che possa esserci un controllo remoto da parte del medico di fiducia. Qualcosa è allo studio ma nei fatti nulla.

Solo alcuni piccoli esempi da aggiungere ad altri mille. Anche la scuola potrebbe essere rafforzata nella sua capacità di servizio attraverso una parte di formazione on-line che può permettere, ad esempio,  a chi è assente di frequentare e seguire lo stesso o di realizzare un processo di formazione permanente in una società nella quale le conoscenze cambiano velocemente e sono sempre più importanti per il lavoro e la cittadinanza.

Insomma sul welfare c’è un enorme spazio per fare innovazione, ed è proprio questo un settore dove un grande progetto di innovazione potrebbe creare maggiori opportunità.

Se la Pubblica amministrazione investisse nella creazione di un progetto decennale di “e-Welfare si potrebbero ottenere dei risparmi da re-investire in nuovi servizi e una migliore efficacia ed efficenza dei servizi offerti al cittadino.

Si potrebbe anche evitare la crisi del settore ICT mettendo in circolo centinaia di progetti grandi e piccoli volti alla realizzazioni di servizi innovativi. L’esperienza che il settore accumulerebbe in questo campo sarebbe un bagaglio importante da spendersi sul mercato internazionale dove anche gli altri paesi hanno problemi simili (ma sicuramente meno gravi). Un grande programma che dovrebbe vedere il soggetto pubblico dettare requisiti e controllare la qualità dei risultati e le aziende lavorare per il committente utilizzando standard riconosciuti a livello internazionale.

Ecco allora che un progetto di questo tipo avrebbe una potenzialità molto maggiore di un ponte sullo stretto, costerebbe sicuramente molto meno e darebbe vita ad una domanda di beni e servizi fortissima. Poi se pensiamo che 1 euro investito in innovazione producono risultati economici come 4 euro investiti in settori tradizionali (es. edilizia) e che l’80% di un progetto ICT sono costi in personale (e dunque soldi che entrano in circolo nei consumi), l’effetto sarebbe dirompente.

Investire in un programma di eWelfare non solo è un dovere civico per garantire anche alle future generazioni la possibilità di poter vivere dignitosamente, è un investimento nel futuro per far entrare l’Italia nella società della conoscenza disegnata dai trattati europei.

Tags: autonomie locali, economia, formazione, ict, Innovazione, pubblica amministrazione, sapere, scuola, welfare

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Primarie e democrazia

Le primarie hanno rappresentato una importante svolta nel nostro Paese. Attraverso questo sistema molte persone si sono sentite coinvolte nel processo decisionale della politica. Amministratori, sindaci, governatori di regione sono stati selezionati dagli elettori del PD e candidati seguendo un processo democratico e che premia il merito. Sono un convinto sostenitore di questa pratica e ricordo con entusiamo le primarie di Prodi e di Veltroni.

Eppure qualcosa non mi convince di questo infinito congresso del PD. Ciò che non mi convince non è la lunghezza del processo democratico (anche se in una società veloce la democrazia deve fare i conti con la velocità) ma il risultato di tutto questo. Non mi convince la stessa essenza di questo processo e provo a dire il perché magari per discuterne e ripensare lo strumento mantenendo ciò che di importante e positivo c’è.

Il congresso è cominciato con la predisposizione delle mozioni e la discussione nei circoli. Nei circoli la discussione ha portato l’elezione di delegati di mozione alla convenzione. Gli iscritti hanno discusso nei circoli senza produrre un documento di circolo unitario nel quale venissero espresse le posizioni del circolo. Nei fatti la discussione interna al circolo è solo servita ad eleggere dei delegati di mozione senza essere utile alla formazione di una idea comune, una integrazione di culture. Per me la democrazia è la partecipazione alla discussione e la ricomposizione delle posizioni, il voto è la ratifica del processo democratico. E’ nella partecipazione alla discussione che si forma la cultura comune, che si confrontano e si integrano le divergenze mettendo insieme culture e valori anche differenti. Certo che è importante votare ma sarebbe anche utile che ogni circolo producesse un documento che esprima unitariamente una posizione del circolo, anche se questa non sia proprio allineata ad una mozione specifica. Votare senza poter partecipare e discutere non è democrazia perché è il processo di partecipazione che contribuisce a far sentire proprie le idee degli altri, a promuovere il confronto, a far crescere la coscienza civica e democratica. Un Partito Democratico questo concetto lo ha scritto nelle insegne della ditta. Se ci fosse scritto Salumi ci aspetteremmo di trovare prosciutti, salami e quant’altro. C’è scritto Democratico ed è la partecipazione quello che dovremmo trovare in ogni dove del partito.

In ogni caso i delegati sono stati scelti dagli iscritti  del circolo e dunque sono persone conosciute e riconosciute per impegno, dedizione, idee…insomma merito. Nella elezione dei delegati di circolo ogni iscritto può contestare e discutere se vuole perché esiste una “prossimità” interna al circolo. E’ stato possibile partecipare e discutere il processo in modo democratico.

Infine ci sono le primarie dove un meccanismo, che io ritengo bizzarro, parte con la preparazione delle liste. Le liste sono bloccate e decise in luoghi non pubblici. Ogni mozione presenta una o più liste e “nomina” i futuri delegati all’assemblea nazionale con lo stesso aberrante meccanismo della attuale legge elettorale (che come PD contestiamo mi sembra…). Non esiste partecipazione, non esiste discussione ma solo nomi infilati in lista sulla base di criteri di appartenenza. Poi si chiamano tutti i cittadini a votare alle primarie di delegati che nessuno conosce, affinché eleggano il segretario.

La democrazia viene compressa in un voto, in una croce su una scheda precompilata. La discussione e il confronto tra le persone sparisce come di incanto anzi è quasi inutile.

Se vediamo cosa è stata chiamata a fare la precedente assemblea nazionale si rimane ancora di più perplessi. Nelle  poche volte che è stata convocata la segreteria ha presentato dei provvedimenti discussi in “caminetti” e altri organi nemmeno presenti sullo statuto. Poco tempo per discutere e alla fine voto.

Viste così le primarie non sono il massimo della democrazia. Sarebbe meglio se gli iscritti potessero almeno decidere a livello di circolo i candidati nelle liste delle primarie, oppure che le liste nelle primarie siano fatte con la preferenza.

In questo modo le primarie servono solo a legittimare fintamente il vertice che ne esce fuori. La sua base magari è da un’altra parte, magari vorrebbe una mozione fatta con pezzi dell’una o dell’altra presentata e invece deve sceglierne una, come avviene con il detersivo. A sentire la campagna in corso si sceglie anche in base a quanto è più simpatico o nuovo un fustino senza nemmeno porsi il problema che lavi più bianco. Facciamo tanti discorsi sul fatto che la società è complessa e poi acquisiamo il riduzionismo come valore fondante del PD.

Infine una riflessione sugli iscritti al PD. Gli iscritti sono una risorsa importante di una libera associazione. E’ agli iscritti che si appella la segreteria quando c’è da mobilitarsi, fare opposizione o sostenere provvedimenti. Sono gli iscritti il motore principale per fare opinione nella società ed è attraverso il loro impegno che il consenso si allarga e altri iscritti vengono fatti. Essere un militante è un impegno di tempo e di fatica rubato al tempo libero, alla famiglia, al divertimento. Eppure nel PD gli iscritti sembrano un pericoloso nemico interno.  Vengono chiamati a discutere nel congresso ma poi le loro decisioni non hanno alcun peso rispetto all’intero corpo elettorale che si sveglia e senza bisogno di essere informato, di informarsi e di partecipare va a votare. Forse qualcosa in più quelle persone che prestano il loro tempo e le loro intelligenze ad una causa meritano e non debbano essere solo chiamate a partecipare quando c’è da cucinare le salsicce alle feste. Qui il salto non è dal partito solido a quello liquido, ma a quello liquidato.

Penso dunque che le primarie, per come sono fatte, non siano molto democratiche. Il meccanismo delle liste bloccate con candidati nominati e lo scarso rilievo che assume l’assemblea una volta eletta (almeno così è stato fino ad ora) mi fanno sorgere molti dubbi su questo strumento come meccanismo di elezione del segretario. Ben altra funzione potrebbero avere se ogni circolo potesse esprimere i candidati delle diverse liste sulla base di quanto questi sono conosciuti sul territorio e sono in grado di coinvolgere gli elettori simpatizzanti del PD. Ben altro senso sarebbe se le primarie diventassero l’occasione per costruire un registro dei simpatizzanti a cui rivolgersi, come circolo, per coinvolgerli in iniziative, riunioni periodiche, attività che li facciano partecipare, compatibilmente con la loro disponibilità, alla vita del PD.

Cosa diversa sono le primarie per un candidato sindaco o amministratore. Lì si tratta di raccogliere l’indicazione di una vasta platea elettorale per capire il candidato in grado di catalizzare fiducia ed essere autorevole rispetto al corpo elettorale che lo voterà. Non c’è da discutere valori e culture ma di predisporre programmi puntuali su cui candidarsi. Anche qui ci deve essere una ricomposizione tra le istanze espresse dai diversi candidati in modo che si possano cogliere appieno le diverse sensibilità sulla base del consenso che riscontrano tra i cittadini.

Penso che chiunque diventi segretario debba porsi questo problema e ripensare necessariamente alcuni meccanismi di funzionamento del partito. Se in questi due anni c’è stato un arretramento di consensi nella società e il numero degli iscritti sia minore di quello dei partiti che hanno dato vita al PD significa che alcuni aggiustamenti vadano fatti. Se è vero che ogni impresa può avere momenti difficili all’inizio e non bisogna scoraggiarsi, è anche vero che i segnali debbano essere letti ed interpretati per apportare gli aggiustamenti del caso prima che finisca in un fallimento.

Tags: , PD, Politica

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