ho un piano anticrisi

Le grandi crisi sono anche un momento per ripensare a quello che si è fatto e disegnare nuovi scenari. I discorsi che sento dalla politica (che dovrebero disegnare questi scenari) sono tavolta sconfortanti.

Pare che non si riesca ad uscire fuori dai soliti stereotipi della domanda pubblica tutta basata su grandi infrastrutture o la domanda pubblica che diventa un volano senza cambiare i modi attuali in cui si esercita.

Che la domanda pubblica debba tornare a fare il suo ruolo di traino dell’offerta industriale e di stimolo nell’aumento della sua qualità e produttività lo dico ormai da un po’ di tempo (non che questo conti più di tanto), la cosa tuttavia che non va bene in questo “tamburare” dei media e della politica è la mancanza di una visione della realtà.

Per fare una buona domanda pubblica sarebbe necessaria anzitutto una buona pubblica amministrazione e oggi noi abbiamo un PA che non è in grado di esprimere le professinalità necessarie a fare una politica di “procurement strategico” e di gestione efficente degli acquisti. sarebbe come minimo necessario che vi fossero bravi manager in grado di operare secondo le “best practices” internazonali con capacità interne di formulazione dei requisiti e di selezione dei fornitori sulla base del loro “talento” a produrre prodotti/servizi di qualità e saperli industrializzare. La PA dovrebbe porsi nei confronti dell’industria privata come un soggetto che ne coltiva le potenzialità e che la indirizza al rispetto di standard qualitativi elevati ed internazionali, che stimola la fornitura di prodotti e servizi che possano poi competere con eguali prodotti e servizi forniti da aziende estere. Oggi questa PA non esiste, tranne in rai casi. i progetti di riduzione dei costi senza capire bene cosa si fa non fanno altro che peggiorare la situazione sfavorendo favorendo le lobby più forti.

L’altro aspetto preoccupante dei discorsi che vengono fatti in questi giorni è quello dell’investimento in infrastrutture. E’ noto come in Italia lo sviluppo del sud sia stato frenato negli anni 50 e 60 da forti investimenti nelle “cattedrali nel deserto”, investimenti titanici in poli chimici, centrali energetiche, strade che producevano nell’immediato una domanda di lavoro dequalificato (edilizia) ma nel lungo tempo si dimostravano inutili per produrre un processo di crescita di filiere e indotti che innescassero la crescita nei territori. Mi sembra che quando si parla delle solite infrastrutture si corre di nuovo questo rischio.

Sono più di quindici anni che sentiamo parlare di infrastrutture e sono stai cantierati ponti, autostrade, tav, e altre avveneristiche opere che non hanno prodotto quasi nulla di sviluppo. Certo in quasiasi pese del mondo in cui devi costruire qualcosa di importante i nostri big della costruzione sono sempre ben posizionati ma questo non genera nulla in Italia. E poi non è molto utile costruire infrastrutture se prima non esistono gli attori che dovrebbero riempirle, chi costruirebbe un acquedotto nel deserto?

Si sente spesso ripetere che la nostra economia è più solida perchè è basata sulla manifattura come la Germania, ma proprio la Germania negli ultimi anni ha saputo ripensare il suo modello e posizionarsi, ad esempio,  efficacemente sul mercato del software con SAP e con molti prodotti “opensource”, investire in ricerca e formazione (con un piano di pochi giorni fa che vuole investire il 10% del PIL in formazione). La Germania ha capito che i suoi prodotti saranno venduti nel mondo se contengono una quantità di conoscenza sempre maggiore..

Le nostre aziende che hanno cominciato ad esportare sono quelle che hanno innovato i loro prodotti con conoscenza e innovazione, quelli del lusso probabilmente  risentirano della crisi finanziaria e delle borse.

Ma allora come se ne esce?

In Italia si sapeva dalla firma del trattato di Maastrich che era necessario ripensare il modello industriale. Il nostro sistema delle imprese tutto costruito su prodotti a basso costo con una media qualità che venivano venduti all’estero avrebbe trovato nelle economie dell’estremo oriente un grave ostacolo. Con il trattato non sarebbe stato più possibile giocare sull’inflazione e sulla svalutazione. Eppure proprio nei primi anni novanta la politica si è trasformata da costruttrice di consenso in inseguitrice di consenso. La crisi dei partiti di massa che erano in grado di avere presenza sul territorio e disegnare scenari proiettandoli sui suoi militanti, si sono trasformati in antenne che captano ciò che gli elettori vogliono e lo propongono per cercare di raccogliere il loro consenso.

In tutti questi anni il nostro sistema economico si è adattato sui suoi limiti (non tutto ovviamente e con molte eccezioni) e ora ci troviamo a fare i conti con un sistema fragile che in questi anni ha investito poco in ricerca, formazione e innovazione. Un sistema incapace di opporsi efficacemente alla concorrenza dei prodotti a basso prezzo ma che è costretta ad utilizzarli aggiungendo la dicitura “made in italy”. Basta pensare al distretto del divano in puglia nel quale sono nate imprese di lavoratori cinesi che consentono di ridurre i costi alle aziende italiane.

E’ il momento di pensare ad un piano anticrisi che con decisione cambi rotta e investa in produzioni basate sulla conoscenza e sull’innovazione di prodotti esistenti inserendoci una quantità di conoscenza sempre più elevata.

Questo significa individuare delle priorità/opportunità di innovazione. Il tema dell’energia per esempio può essere ripensato investendo il costo di una centrale nuova in ricerca e sviluppo per il risparmio energetico. Già oggi esistono prodotti come lampadine a basso consumo o motori elettrici a baso consumo che consentono enormi risparmi, l’Italia potrebbe cercare di posizionarsi nell’industria del risparmio energetico producendo brevetti e tecnologie in questo senso con grande beneficio per la nostra bolletta energetica e nella nostra bilancia commerciale. Il tema delle biotecnologie che ci vede al’avanguardia in molte ricerche ma che non è in grado di decollare per l’incapacità di trasformare la ricerca di base in prodotti. il tema dell’innovazione tecnologica nel quale esistono competenze di eccellenza e che è fondamentale in ogni settore produttivo; sarebbe necessario spingere gli investimenti su ICT in un paese come l nostro nel quale si spende pocoe male.

Ma è necessario che molte imprese sia poste di fronte al dilemma chiudere o cambiare. Non è utile sostenere tutte le imprese.

E’ sopratutto una priorità lo smantellamento dei privilegi corporativi, degli ordini, delle rendite di posizione, di una tassazione del 12% sugli investimenti finanziari e di molto più del 30% per il lavoro. non è pensabile che svegliarsi la mattina e andare a lavorare, rischiare, creare, combattere debba essere tassato molto di più di chi reinveste i profitti in borsa. Questo non spinge certo i capitali ad entrare nel sistema industriale!

Questo governo ha dato segnali diversi da quelli necessari, continua a sostenere un modelo industriale basato su poche famiglie ex industriali che possiedono molte delle società presenti in borsa e che determinano e politiche del governo stesso. Gli stessi industriali che spesso possiedono i media e le banche.

E’ tempo di fare scelte difficili, di scegliere se il poco ossigeno nella bombola debba andare a tenere in vita il moribondo o a dare speranza ai suoi figli. Un dilemma triste e violento ma è la dura realtà.

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Comments (1) left to “ho un piano anticrisi”

  1. Nazario Buda wrote:

    Sono pienamente d’accordo su quanto Ho letto qui
    Ma purtroppo qui in Italia omai siamo senza Dio e senza governo e vige la legge del più forte (leggi più furbo)
    e per chi non è furbo e non sa fregare il prossimo ma sa solo lavorare
    non c’è più scampo deve soccombere, non sò perchè ma non si cambia mai nulla anche cambiando voto perchè in ogni modo eleggeremo sempre uno più furbo di noi che è stato solo più bravo dell’altro nel darcela bere giusto??
    Comunque possiamo sempre provarci chissà forse un giorno troveremo un giusto fra i furbi!?’???
    Saluti Nazario

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