I x I=c (Innovazione per l’Italia uguale Crescita)

In questo periodo di manovre e tagli ritorna sempre in mente una formula “magica”. Sono ormai quasi vent’anni che questo paese continua a combattere per recuperare senza successo un deficit enorme e in continuo aumento, anzi spesso continuando a farlo crescere. E allora viene in mente che la strada intrapresa sia stata fallimentare.

Non sì è mai visto un debitore di una cifra ingente che risparmiando e non incrementando i propri guadagni riuscisse a ripagare i debiti accumulati. Il problema centrale è questo eppure per anni si è pensato che bastava chiedere sacrifici e risparmi e tutto sarebbe tornato come prima. Anche oggi le diverse manovre che ci presenta questo governo vanno nella stessa direzione, si cerca di tagliare spese ma di spese tagliabili non ce ne sono più o non sono sufficienti per rientrare dal debito. Un debito che per giunta aumenta costantemente su cui gravano gli interessi che diventano particolarmente onerosi.

Allora la risposta sarebbe quella di crescere investendo. Negli anni scorsi, quando ancora c’erano margini di investimento, si è spesso scelto di investire sulle industrie e i settori più “forti”. Così ad ogni manovra o finanziaria ci siamo trovati con un bel pacchetto di miliardi/milioni messi sul cemento delle infrastrutture così utili al Paese. Peccato che i soldi spesi in cemento non abbiano dato i giusti frutti, infatti se è vero che l’Italia ha bisogno di infrastrutture è anche vero che sostenendo settori industriali che sono deboli alla concorrenza internazionale è facile trovarsi con delle autostrade nuove e nessuna merce da farci andare perché le fabbriche nel frattempo chiudono. Sì perché i settori “forti” su cui spesso si è investito si sono spesso dimostrati forti a fare lobby o a vivere di incentivi dallo Stato ma deboli nella concorrenza internazionale.

Prima dell’estate mi ha colpito, a solo titolo di esempio, che le Ferrovie dello Stato avessero tagliato alcune linee TAV perché poco remunerative, pochi viaggiatori. Dopo aver investito per anni su tratte TAV si è scoperto che le previsioni di traffico non sono allineate con ciò che “traffica” realmente. Peccato che abbiamo speso molti soldi per farle. E che dire del Ponte sullo stretto, opera “strategica” di questo governo, e le cui previsioni sono contestatissime? Mi si risponderà che esempi di infrastrutture dimostratesi al di sotto delle previsioni attese ce ne sono anche all’estero, basti pensare al tunnel sotto la manica, non siamo i soli a sbagliare. La differenza è che gli altri paesi investono anche in altri settori.

Ciò che mi fa pensare è anche il fatto che costruire strade non è più come una volta. Un buon manuale di economia keynesiano indica che costruire infrastrutture è uno dei modi più veloci per far lavorare molta gente, mettere denaro nel circolo dell’economia, fare da volano alla crescita. Tuttavia è innegabile che oggi il lavoro di molti operai è fatto da poche macchine e il meccanismo dei subpappalti dei sub appalti e del precariato ha reso sempre meno semplice passare dai soldi investiti a quelli nelle tasche di chi lavora. L’intermediazione di forza lavoro spesso rischia di assorbire molti più soldi della forza lavoro stessa. Se ogni passaggio prevede un profitto dell’intermediatore e ci sono troppi passaggi alla fine si è messa in circolo solo qualche briciola. Per non parlare ad esempio del fatto che per costruire una galleria della metro non ci sono più centinaia di operai con pale e picconi a scavare nella terra ma basta una “talpa” meccanica in grado di procedere centinaia di metri al giorno.

Così avviene in molte filiere del manifatturiero tradizionale, se si aggiunge che molto spesso il nostro manifatturiero non investe in macchine e innovazione ma cerca di raschiare il barile del basso costo della manodopera il risultato diventa ancora peggiore. Competere con i paesi in via di sviluppo sul costo della manodopera è come competere con ercole scegliendo come disciplina il classico “braccio di ferro”.

Poi pesiamo pensare di scovare nel turismo la pietra filosofale della crescita ma non possiamo pensare di trasformare gli italiani in 55 milioni di cuochi e camerieri e, d’altra parte, raramente chi elogia solo il turismo ha passato qualche anno in cucina a far spaghetti. Altrimenti ci andrebbe più cauto a dettar soluzioni. Con ciò non voglio dire che non possano essere settori su cui poggiare una parte dell’economia italiana, quello che voglio dire è che nessuno di essi è in grado di far risollevare il Paese. Il Paese si risolleva se trova nuovi settori su cui fabbricare prodotti e servizi, settori in cui distinguersi a livello internazionale ed assumerne la leadership. E ce ne sono diversi.

Eppure non è che nel mondo non si siano fatti studi sul tema, confronti statistici, analisi di breve e lungo periodo. Nel 2006, completamente fuori dai circuiti della diffusione libraria e dalle presentazioni trendy, è uscito un libro dal titolo “contro il declino” di Pietro Greco e Settimo Termini nel quale venivano snocciolati tantissimi dati che fanno capire come l’innovazione possa essere una leva fondamentale per la crescita. Ma accanto a questa “modesta” proposta (come sottotitolavano gli autori) ci sono rapporti OCSE, libri, gli esempi della finlandia, dei paesi scandinavi, della Korea del Sud. tutti paesi che partivano da situazioni difficili e che hanno avuto il coraggio di investire nel nuovo, cambiare pelle, ribaltare gli assiomi precedenti e consolidati. Per non parlare di consolidati paesi manifatturieri come la Germania che da anni investe in ICT, ricerca e innovazione ben sapendo che la sua manifattura, senza essere alimentata da nuova conoscenza, non ha futuro.

Se la ricetta è così facile perché, allora, non si è applicata in Italia? Io credo che sia dovuto al fatto che siamo diventati un paese conservatore rinchiuso nei circoli sempre più stretti, arroccato nella conservazione dei propri piccoli poteri, nel nepotismo. Un paese dove le indagini ci dicono che si fa fatica a passare dal proprio ceto ad uno superiore nell’arco della vita, dove la famiglia è diventata l’alibi per togliere il welfare, dove non si possono toccare le corporazioni per non rischiare di perdere consensi. Siamo un paese nel quale per troppo tempo la politica non ha saputo disegnare proposte per paura di perdere consenso e così ha finito nell’inseguire il consenso senza costruirlo. La politica ha rinunciato per troppo tempo a proporre strade e sentieri sui quali convincere il Paese a seguirla e ha preferito inseguire la gente “accontendandola” per prenderla in giro meglio. Se c’è il morto in prima pagina si lancia il carcere duro, se si suicida un carcerato si propone l’amnistia, come la manovra in discussione nella quale ogni ora viene formulata una proposta e poi cancellata da un’altra. Non si fa politica, si risponde ai sondaggi, agli editoriali di una stampa sempre più lontana dal Paese reale, alle categorie che dicono di rapprensentare un pezzo di paese ma spesso rappresentano solo qualche clientela. Prima che di innovazione tecnologica abbiamo bisogno di innovazione culturale.

Adesso non ci sono più margini, non c’è più niente nel barile. Il popolo di risparmiatori si è dovuto mangiare tutto ciò che aveva risparmiato, la classe media è tornata indietro. Adesso non ci sono più scorciatoie mentre vediamo un governo di piccoli truffatori che ogni giorno cambia articoli di manovra per cercare di trovare un miracolo che non c’è più.

Bisogna tornare a premiare chi produce, chi mette idee e conoscenza nel sistema, chi vuole intraprendere. Bisogna ricostruire una generazione di “capitani di industria” che è mancata per troppo tempo, ricostruire una generazione di persone che vogliono meritare il successo e non acquisirlo per eredità, aprire le porte agli imprenditori mettendo ai margini gli “prenditori” di contributi pubblici. Ricostruire un Paese che vede nel lavoro un valore positivo che merita rispetto. Siamo perfino stati capaci a trasmettere il consenso in politica per linea ereditaria, con il “trota” che prende le preferenze che gli regala il papà perché da solo non riuscirebbe a fare nulla. E non è il solo caso.

Allora dobbiamo riprendere la “formula magica”, misurarci con la sfida che ci aspetta, farci coraggio anche quando non è facile. Abbiamo solo il tempo di prendere fiato e poi buttarci in acqua e nuotare senza più smettere.

Spesso ci basterebbe fare l’esatto contrario di ciò che abbiamo fatto: mettere più soldi nella ricerca e nell’università, investire in ICT anziché in cemento, smontare le caste e le cricche, premiare chi produce anziché la rendita, premiare un manifatturiero che mette più conoscenza nei prodotti e nei servizi.

Per ogni euro investito in innovazione si ottiene lo stesso risultato di quattro euro investiti in settori tradizionali, investire in conoscenza significa mettere denaro in tasca a laureati perché non esistono macchine che producano conoscenza (al massimo la elaborano). E l’Italia non parte male, se il settore fosse stato sostenuto come quello edile, avremmo probabilmente inventato l’Ipad prima di Apple. E invece appena si parla di crescita vediamo la Todini apparire sugli schermi di tutte le televisioni a parlare di infrastrutture e poi l’ennesima valanga di cemento. Insomma abbiamo le carte giuste in mano ma c’è un coperchio pesante che ci blocca, abbiamo delle esperienza positive di grande valore ma questo non basta a far ripartire tutto.

Un po’ con questa idea il 15 settembre a Venezia abbiamo organizzato una giornata dell’innovazione nell’ambito della festa nazionale della Pubblica Amministrazione. Una giornata dal titolo “Innovazione per l’Italia uguale Crescita” per dire che la formula la conosciamo ma ci piacerebbe fosse pure applicata. Per dire che le ricette ci sono ma mancano i cuochi giusti che le vanno a leggere e applicare, per dire che gli ingredienti non mancano manca l’appetito del nuovo e dell’inedito.

Steve jobs, in un indimenticabile discorso agli studenti di Stanford, chiude dicendo “siate affamati, siate folli”. Con questa frase voleva esortare gli studenti a lanciarsi e intraprendere. Abbiamo bisogno di persone folli e affamate ma soprattutto, abbiamo bisogno che queste non siano imprigionate dai sacerdoti della conservazione e del nepotismo. Il tempo dell’innovazione non è più rinviabile.

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