i “papaveri” e le riforme

Il processo di riposizionamento è cominciato all’ombra dello scricchiolio della barca del governo e del sistema berlusconiano. Come accade ormai da venti anni, in queste fasi di passaggio, sono cominciati gli incontri “riservati”, gli ammiccamenti, i favori “trasversali”, il “trasversalismo”. Un grande movimento “romano” che ondeggia la città e di cui si hanno echi, voci, visibilità. Un po’ come accade nelle navi quando cominciano a girarsi su un fianco, nell’agonia che inizia prima affondare, e i topi, che per anni sono rimasti nascosti nelle stive a rosicchiare indisturbati, escono fuori e si agitano all’impazzata per trovare un nuovo rifugio.

Mentre la stampa guarda la “rottamazione” della politica e i “nuovi” e rampanti politici si lanciano in decine di iniziative per rottamare i politici più anziani, il vero potere sempre uguale sta riprendendo il suo lavoro per rimanere sempre “a galla” e al suo posto e mantenere le sue solite cricche. Un potere che non si espone in prima persona ma trova portatori di interessi da appoggiare e sostenere, utilizzando queste persone come utilizza la forchetta per mangiare.

La politica, alla ricerca del consenso per arrivare alle elezioni dipende dai grandi manager semi-pubblici e pubblici che promettono di “coltivare” il consenso dei favori. Un potere inamovibile e che è passato attraverso la caduta della prima repubblica e fino a noi, è il potere di una classe di tecnoburocrati messi al loro posto attraverso cricche, “logge”, nominati più dai bisignani e dai lavitola che dai governi e premiati nella gestione di soldi pubblici con un potere “privato”.

Le più grandi aziende pubbliche  e molte di quelle nelle quali la nomina politica è fondamentale, sono controllate da gruppi dirigenti “tecnici” sempre uguali. Eppure dalle intercettazioni degli ultimi anni è emerso un mondo sommerso nel quale enormi fiumi di denaro pubblico corrono verso faccendieri o sono spesi con il solo criterio di far favori.

A questo mondo, poco visibile alla stampa, non interessa quale politica sta al potere perché sono loro il vero governo. E’ a questo livello che vengono costruite le azioni legislative per vanificare le liberalizzazioni che tutti chiedono, bloccare la mobilità sociale,  deridere la promozione del merito nella società italiana. La politica mette nei programmi il merito e lascia in mano ai “papaveri” di stato il potere di poter assumere chi vogliono, fare un ricco contratto alla società della moglie del dirigente o del politico, all’amico “che conosce tutti”. In questi decenni bui la politica ha delegato a questo strato il lavoro sporco pensando di poter governare lo stesso e invece è sempre più condizionata da questi interessi. Anzi spesso è proprio questo strato di “fortunati” il più critico verso la casta, anche per coprire i propri privilegi.

Uno strano rapporto quello tra certa politica e lo strato dei “papaveri”. Da una parte l’incapacità della politica di promuovere il merito e di investire sui talenti per il bisogno di avere fedelissimi soldati disposti ad abdicare allo spirito critico, dall’altra un abile strato manageriale che sa di essere il governo vero del paese. Uno strato che deve prendersi carico di un po’ di lavoro sporco ma viene ricompensato da fiumi di denaro. Tutto questo ha portato alla situazione nelle quale cambiano i governi e le persone sono le stesse, i “modi di fare” pure.

L’Italia degli anni ’60 ci aveva abituato alla scuola di formazione dell’IRI e di Olivetti, dove passavano giovani manager in grado di governare e gestire grandi imprese con un profilo etico e un orientamento al bene comune, oggi ci troviamo ad una casta di “papaveri” abituati a far brandelli la spesa pubblica. Manager capaci di avere bilanci in attivo dopo aver eliminato il mercato e i loro competitori, con lo stesso spirito pubblico dei manager della ENRON e delle grandi banche fallite.

Buona regola di governance aziendale sarebbe quella di cambiare la posizione ai dirigenti ogni 5 anni, fare in modo che il governo delle aziende e delle amministrazioni pubbliche ruoti. Non importa se un manager sia stato bravo o meno in quella posizione, lo si cambia di posto sia per farlo crescere professionalmente, sia per evitare di dipendere da una persona, sia per evitare che si costituiscano “sistemi di potere” o cricche oscure. Se si fosse fatto così con i Balducci e i Bertolaso non avremmo avuto gli Anemone “ristrutturatori” di stato oppure i Tarantini.

Eppure certa politica pensa ancora di poter utilizzare i papaveri per ottenere consenso. E così vediamo un pullulare di iniziative con sale piene di persone, politici che sfilano, discorsi vuoti e inconcludendi che servono solo a giustificare le presenze. Questi politici credono che quella sala diventerà un bel pacchetto di voti, i papaveri ottengono la conferma del posto, e tutto procede verso il baratro come se non bastasse quello dove siamo. Ma forse la politica dovrebbe fare attenzione e pensare che ci sono ancora più voti da raccogliere in quel bacino di protesta dei grillo o di chi non va più a votare. Un bacino di voti che si estende sempre più e che vede l’inutilità della politica non quando vede Bondi in tv ma quando vede l’inamovibilità e l’impunibilità di questi “papaveri”. Quando vede manager accusati di corruzione o invischiati in giri di tangenti che al posto di andare a casa cambiano poltrona da dirigente, quando vede che un manager pubblico guadagna come centinaia di lavoratori e gode di privilegi che un politico si sogna. Almeno i politici possono essere mandati a casa con il voto, mentre questo strato in molti casi, non può essere nemmeno licenziato.

Un progetto riformatore del nostro paese (di destra europea, di centro e di sinistra), non può prescindere dalla ricostruzione di un nuovo strato di tecno burocrazia lontano dai meccanismi attuali. Da un ringiovanimento della leva manageriale e dalla consapevolezza che serva un meccanismo di governance in grado di promuovere ricambio e merito. Il PD dovrebbe assumere la consapevolezza che non si può governare senza avere al governo persone capaci e motivate al cambiamento. Le migliori esperienze di governo del centrosinistra si sono costruite su manager capaci, il caso delle regioni e delle città è evidente. E dove non ci sono stati manager capaci e di cui avere fiducia le esperienze sono crollate prima o poi, sono finite nel fallimento. Un fallimento che per i partiti riformisti costa molto di più che per i conservatori. L’errore principale del governo Prodi è stato quello di pensare che si potesse governare mantenendo al loro posto le stesse persone nominate da Berlusconi ma questo non mi sembra abbia portato grandi risultati.

Chissà se anche stavolta i topi occuperanno le scialuppe, lasciando sempre i soliti a remare.

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