Primarie e democrazia

Le primarie hanno rappresentato una importante svolta nel nostro Paese. Attraverso questo sistema molte persone si sono sentite coinvolte nel processo decisionale della politica. Amministratori, sindaci, governatori di regione sono stati selezionati dagli elettori del PD e candidati seguendo un processo democratico e che premia il merito. Sono un convinto sostenitore di questa pratica e ricordo con entusiamo le primarie di Prodi e di Veltroni.

Eppure qualcosa non mi convince di questo infinito congresso del PD. Ciò che non mi convince non è la lunghezza del processo democratico (anche se in una società veloce la democrazia deve fare i conti con la velocità) ma il risultato di tutto questo. Non mi convince la stessa essenza di questo processo e provo a dire il perché magari per discuterne e ripensare lo strumento mantenendo ciò che di importante e positivo c’è.

Il congresso è cominciato con la predisposizione delle mozioni e la discussione nei circoli. Nei circoli la discussione ha portato l’elezione di delegati di mozione alla convenzione. Gli iscritti hanno discusso nei circoli senza produrre un documento di circolo unitario nel quale venissero espresse le posizioni del circolo. Nei fatti la discussione interna al circolo è solo servita ad eleggere dei delegati di mozione senza essere utile alla formazione di una idea comune, una integrazione di culture. Per me la democrazia è la partecipazione alla discussione e la ricomposizione delle posizioni, il voto è la ratifica del processo democratico. E’ nella partecipazione alla discussione che si forma la cultura comune, che si confrontano e si integrano le divergenze mettendo insieme culture e valori anche differenti. Certo che è importante votare ma sarebbe anche utile che ogni circolo producesse un documento che esprima unitariamente una posizione del circolo, anche se questa non sia proprio allineata ad una mozione specifica. Votare senza poter partecipare e discutere non è democrazia perché è il processo di partecipazione che contribuisce a far sentire proprie le idee degli altri, a promuovere il confronto, a far crescere la coscienza civica e democratica. Un Partito Democratico questo concetto lo ha scritto nelle insegne della ditta. Se ci fosse scritto Salumi ci aspetteremmo di trovare prosciutti, salami e quant’altro. C’è scritto Democratico ed è la partecipazione quello che dovremmo trovare in ogni dove del partito.

In ogni caso i delegati sono stati scelti dagli iscritti  del circolo e dunque sono persone conosciute e riconosciute per impegno, dedizione, idee…insomma merito. Nella elezione dei delegati di circolo ogni iscritto può contestare e discutere se vuole perché esiste una “prossimità” interna al circolo. E’ stato possibile partecipare e discutere il processo in modo democratico.

Infine ci sono le primarie dove un meccanismo, che io ritengo bizzarro, parte con la preparazione delle liste. Le liste sono bloccate e decise in luoghi non pubblici. Ogni mozione presenta una o più liste e “nomina” i futuri delegati all’assemblea nazionale con lo stesso aberrante meccanismo della attuale legge elettorale (che come PD contestiamo mi sembra…). Non esiste partecipazione, non esiste discussione ma solo nomi infilati in lista sulla base di criteri di appartenenza. Poi si chiamano tutti i cittadini a votare alle primarie di delegati che nessuno conosce, affinché eleggano il segretario.

La democrazia viene compressa in un voto, in una croce su una scheda precompilata. La discussione e il confronto tra le persone sparisce come di incanto anzi è quasi inutile.

Se vediamo cosa è stata chiamata a fare la precedente assemblea nazionale si rimane ancora di più perplessi. Nelle  poche volte che è stata convocata la segreteria ha presentato dei provvedimenti discussi in “caminetti” e altri organi nemmeno presenti sullo statuto. Poco tempo per discutere e alla fine voto.

Viste così le primarie non sono il massimo della democrazia. Sarebbe meglio se gli iscritti potessero almeno decidere a livello di circolo i candidati nelle liste delle primarie, oppure che le liste nelle primarie siano fatte con la preferenza.

In questo modo le primarie servono solo a legittimare fintamente il vertice che ne esce fuori. La sua base magari è da un’altra parte, magari vorrebbe una mozione fatta con pezzi dell’una o dell’altra presentata e invece deve sceglierne una, come avviene con il detersivo. A sentire la campagna in corso si sceglie anche in base a quanto è più simpatico o nuovo un fustino senza nemmeno porsi il problema che lavi più bianco. Facciamo tanti discorsi sul fatto che la società è complessa e poi acquisiamo il riduzionismo come valore fondante del PD.

Infine una riflessione sugli iscritti al PD. Gli iscritti sono una risorsa importante di una libera associazione. E’ agli iscritti che si appella la segreteria quando c’è da mobilitarsi, fare opposizione o sostenere provvedimenti. Sono gli iscritti il motore principale per fare opinione nella società ed è attraverso il loro impegno che il consenso si allarga e altri iscritti vengono fatti. Essere un militante è un impegno di tempo e di fatica rubato al tempo libero, alla famiglia, al divertimento. Eppure nel PD gli iscritti sembrano un pericoloso nemico interno.  Vengono chiamati a discutere nel congresso ma poi le loro decisioni non hanno alcun peso rispetto all’intero corpo elettorale che si sveglia e senza bisogno di essere informato, di informarsi e di partecipare va a votare. Forse qualcosa in più quelle persone che prestano il loro tempo e le loro intelligenze ad una causa meritano e non debbano essere solo chiamate a partecipare quando c’è da cucinare le salsicce alle feste. Qui il salto non è dal partito solido a quello liquido, ma a quello liquidato.

Penso dunque che le primarie, per come sono fatte, non siano molto democratiche. Il meccanismo delle liste bloccate con candidati nominati e lo scarso rilievo che assume l’assemblea una volta eletta (almeno così è stato fino ad ora) mi fanno sorgere molti dubbi su questo strumento come meccanismo di elezione del segretario. Ben altra funzione potrebbero avere se ogni circolo potesse esprimere i candidati delle diverse liste sulla base di quanto questi sono conosciuti sul territorio e sono in grado di coinvolgere gli elettori simpatizzanti del PD. Ben altro senso sarebbe se le primarie diventassero l’occasione per costruire un registro dei simpatizzanti a cui rivolgersi, come circolo, per coinvolgerli in iniziative, riunioni periodiche, attività che li facciano partecipare, compatibilmente con la loro disponibilità, alla vita del PD.

Cosa diversa sono le primarie per un candidato sindaco o amministratore. Lì si tratta di raccogliere l’indicazione di una vasta platea elettorale per capire il candidato in grado di catalizzare fiducia ed essere autorevole rispetto al corpo elettorale che lo voterà. Non c’è da discutere valori e culture ma di predisporre programmi puntuali su cui candidarsi. Anche qui ci deve essere una ricomposizione tra le istanze espresse dai diversi candidati in modo che si possano cogliere appieno le diverse sensibilità sulla base del consenso che riscontrano tra i cittadini.

Penso che chiunque diventi segretario debba porsi questo problema e ripensare necessariamente alcuni meccanismi di funzionamento del partito. Se in questi due anni c’è stato un arretramento di consensi nella società e il numero degli iscritti sia minore di quello dei partiti che hanno dato vita al PD significa che alcuni aggiustamenti vadano fatti. Se è vero che ogni impresa può avere momenti difficili all’inizio e non bisogna scoraggiarsi, è anche vero che i segnali debbano essere letti ed interpretati per apportare gli aggiustamenti del caso prima che finisca in un fallimento.

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perchè sosterrò Bersani segretario

bersani un senso a questa storiaAnzitutto è piacevole notare che il Pd è in grado di offrire la possibilità di scelta tra candidati diversi e validi come Bersani, Franceschini e Marino è questo il segno della vitalità che può avere il nostro partito.  In Italia non ci sono in questo momento partiti che possono offrire una competizione simile.

La competizione tra candidati e tra le diverse opzioni politiche che rappresentano, deve essere un momento per discutere, confrontarsi e arrivare ad una sintesi unitaria (dove unitario non significa per forza unanimistico). Ho molti amici e compagni di iniziative che sostengono altri candidati, che vedono in loro le mie stesse aspirazioni e che rispetto. Qualsiasi sia il risultato del congresso sono convinto che ci ritroveremo il giorno dopo a fare iniziative comuni, ma soprattutto sono sicuro che continueremo a trovarci anche nel periodo da qui al congresso.

Negli ultimi giorni ho seguito i discorsi dei diversi candidati alla segreteria del PD con interesse, poco interessato al nome del candidato e più al confronto delle idee. Non mi sono affatto piaciuti i richiami alla simpatia di taluni, al vecchio di altri, al “fuori dagli schemi” di altri ancora. Ciò che conta di più sono il merito delle questioni, la vision e, sopratutto, l’attitudine a realizzarla. Già perché è sulla realizzazione delle idee che credo si giochi la vera capacità di un partito popolare come il PD.

Chi si candida alla segreteria del PD deve avere la consapevolezza che ha un compito difficile che parte dalla necessità di costruire una identità “democratica”, una organizzazione in grado di rendere possibile ciò che si dice nei discorsi, una immagine autorevole per il PD.

Sono convinto che questo Paese vive una crisi profondissima e che abbia una vera e propria emergenza. Sarebbe troppo lungo entrare nel merito con un post ma è evidente che da troppi anni la politica non ha saputo/voluto dare risposte al Paese. Negli ultimi quindici anni la Politica non ha saputo dire al Paese ciò era necessario, ha inseguito il consenso popolare anche quando questo significava andare in direzioni evidentemente sbagliate senza saperlo “costruire”. Spesso non c’è stata la capacità di indicare una prospettiva di futuro, quando questa invece c’è stata i risultati sono venuti.  Il centrosinistra quando ha governato non ha saputo cogliere le sfide in modo adeguato, o perché ha ritenuto di fare la politica dei due tempi (prima risanare e poi investire) o perché si è fatto condizionare dagli equilibri esistenti, imbrigliato in maggioranze risicate senza saper coinvolgere adeguatamente i cittadini, i lavoratori e le imprese in una iniziativa di riforme. Se  c’è una lezione che possiamo cogliere, è quella che un’azione di riforme come quella di cui abbiamo bisogno in Italia ci può essere solo se c’è una grande mobilitazione di energie che disinneschi le tante resistenze presenti.

L’Italia deve fare i conti con due enormi questioni: la necessità di premiare chi produce rispetto a chi fa della rendita improduttiva la sua principale attività e l’evidente impossibilità di poter uscire da questa spirale di declino senza cambiare la sua specializzazione produttiva.

La prima questione è descritta da un semplice esempio. Un cittadino italiano che disponga di un cospicuo capitale (lasciatogli da qualcuno o fatto in modo “non chiaro” non ha importanza) che lo investe in attività finanziarie senza bisogno di alzarsi al mattino, correre, preoccuparsi più di tanto deve pagare alla collettività, per i servizi che riceve, solo il 12,5% di tasse. Un altro cittadino che invece lavora, ha studiato e si è preparato investendo su di sé e sacrificando tempo e denaro, si confronta con la concorrenza, investe in innovazione, è un lavoratore o un imprenditore che crea ricchezza, viene tassato dal 30 al 50%.

Ci sarebbero molti altri esempi a partire da un capitalismo nostrano che attraverso vincoli e regole rende impossibile ad un “potenziale” avvocato o farmacista di fare liberamente una professione o al talento di poter accedere a determinati posti occupati dal clientelismo. “Liberare il mercato” e ricostruire le regole fondamentali è dunque una priorità assoluta di questo paese.

La nostra economia sembra avere pochi spiragli. Il nostro Paese produce prodotti e beni che hanno un livello di tecnologia medio e basso, non hanno innovazione e spesso competono solo sul costo o su un marchio (made in italy) che vale sempre meno. Le poche imprese che reggono la concorrenza sono un segnale ma non bastano a far cambiare segno all’intero sistema. Questo modello è stato utile quando era possibile avere una moneto che si svalutava con tranquillità e leggerezza e un debito pubblico che poteva gonfiarsi a dismisura. Oggi queste condizioni non ci sono più.  Tutti gli altri paesi industrializzati stanno lavorando da anni ad una riconversione della specializzazione produttiva per spostarsi su settori ad alta intensità di conoscenza che consentono margini maggiori, protezione dalla concorrenza dei paesi emergenti, di poter innescare tassi di crescita sostenuti. In Italia questo non è avvenuto, con una destra che insegue il consenso proprio di quei settori produttivi che dovrebbero cambiare e un centrosinistra che non ha il coraggio di promuovere politiche decise in altre direzioni.

In questa situazione è necessario un impegno forte verso la formazione, la ricerca, i settori industriali che producono beni e servizi con un livello di conoscenza maggiore al loro interno. E’ necessario che si producano idee nuove, prodotti e servizi nuovi che possano avere un valore maggiore nel mercato internazionale.

Queste cose le può fare un partito pragmatico, che si assume le proprie responsabilità con coraggio, che ha coscienza del compito che gli aspetta, che mobilita la forza dei suoi aderenti per riformare l’intero Paese.

Bersani ha saputo fare il presidente di regione, è stato un ottimo amministratore e poi un ottimo ministro. In più occasioni ha dimostrato l’impegno ad aprire il mercato e a fare azioni coraggiose senza paura di colpire posizioni di rendita o nicchie di vantaggio. Questo coraggio è quello di cui abbiamo bisogno per andare avanti.

Non mi piace chi contrappone il nuovo al vecchio come se il nuovo non fosse sempre legato al vecchio. Il nuovo è sempre l’evoluzione del vecchio, la sua metamorfosi magari, e con esso deve sempre fare i conti. Un nuovo che non abbia radici nel vecchio rischia di diventare peggiore del vecchio stesso, di ripercorrere gli stessi errori, di cercare con fatica strade già percorse e considerarle novità. Per questo quando si fa riferimento alle “famiglie” di appartenenza storica non sono spaventato anche se sono cosciente che sia necessario andare avanti perché il mondo è cambiato, ma andare avanti significa saper mantenere ciò che di buono c’è nelle nostre radici. Non mi piace il “nuovismo” che spesso si fa strada nel nostro partito anche se ne capisco talvolta lo spirito.

Non mi basta più sentire candidati e politici citare la rete e la “digitalizzazione”, i blog, le nuove tecnologie e quant’altro per sentirmi rassicurato sul fatto che si è preso atto della necessità di innovare il Paese. Alcune volte diventa quasi la ripetizione di un “mantra” che ha più un significato “religioso” che una concreta realizzazione. Ho la necessità di inserire queste parole all’interno di un framework sociale sostenibile, in una prospettiva di sviluppo sociale, che assegni alle tecnologie il ruolo di opportunità di trasformazione e non di trasformazione di per sé.

Il PD ha bisogno di un uomo concreto, di diventare un partito pragmatico e risoluto, di fare del verbo “fare” il suo mantra. Spesso le soluzioni ci sono ma non si riesce a realizzarle. Abbiamo concesso a Berlusconi di presentarsi come governo del “fare” grazie alla mancanza di risolutezza e pragmaticità. E’ necessario riprendere la capacità di sintesi tra pensare e fare.

Penso che il Pd dovrà lavorare nei prossimi anni a costruire anche un gruppo dirigente di giovani in grado di prendere le redini del partito, un gruppo fatto di una nuova generazione che sappia raccogliere il testimone del progetto e portarlo avanti ridattandolo e trasformandolo per essere sempre in grado di cogliere i cambiamenti e le trasformazioni sociali. Bersani è la persona giusta per fare tutto questo e per questo mi impegnerò direttamente a sostenerlo.

Tags: banda larga, economia, ict, Innovazione, PD, Politica, sapere

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Chiamale, se vuoi…ELEZIONI

Due o tre considerazioni sparse su questo voto mi vengono spontanee. Non c’è dietro alcuna analisi minuziosa dei flussi elettorali, degli spostamenti e delle possibili alleanze, anche perchè negli ultimi 20 anni sono state cose pressocchè inutili. Il voto sembra essere molto più emotivo e mobile.

Io, in questo voto, leggo alcune semplici cose:

1) La generale sconfitta della socialdemocrazia europea indica che quel modello non è in grado oggi di comunicare con una società che cambia velocemente. Troppo ingessata nei vecchi schemi e penalizzata nel suo modo di rapportarsi alla società. Non è un problema di valori che rimangono veri e intatti, anzi forse è proprio dai valori dell’umanesimo socialdemocratico che si può ripartire, è un problema di come quel modello entra in rapporto con la società. Un modello dai modi gerarchici e funzionali in una società che non è più gerarchica. La società in rete si aspetta una comunicazione relazionale in grado di dire e accogliere, in cui ci sono molti punti. La dx non è che sia meglio ma sicuramente appare più aperta e permeabile, il PPE è fatto da partiti meno ingessati. Ovviamente questo non significa non avere una organizzazione di partito (la lega dimostra il contrario) ma avere una organizzazione di partito aperta e relazionale nella quale le istanze della società penetrano e risalgono le gerarchie anzichè il contrario. Non è più tempo di linee del partito ma di visioni da condividere, di consenso da costruire in una relazione continua e in un ascolto e comunicazione reciprochi. Non ci sono più le masse che ascoltano i funzionari nelle sezioni, ci sono nodi di una complessa rete di relazione. Le intelligenze sono ovunque e il partito deve saper coglierle e valorizzarle. Che vi viene in mente la Serracchiani? Si, ma non solo, di intelligenze il PD è pieno (ma anche di stupidi però…). Bastasse un nome buono avremmo gioco facile. Serve una prospettiva di percorso, idee, organizzazione, capacità di coinvolgere ed essere coinvolti, soprattutto apertura.

2) Il progetto del PD è azzeccato. Le forze riunite intorno a quel progetto sono vicine per valori e, invece,  l’organizzazione di queste forze che non è stata fatta bene. Gli schieramenti come li abbiamo visti tradizionalmente (destra e sinistra) si sono liquefatti. I cittadini hanno delle istanze o le percepiscono e vogliono che vengano accolte. non accettano l’autorevolezza dei partiti che dicono il contrario, non considerano i partiti autorevoli. Questo è un problema. O si inseguono le aspettative della gente (rischiando pericolose derive come il razzismo o una continua ricerca del consenso) oppure è necessario lavorare alla costruzione di strumenti per diffondere punti di vista diversi e costruzione del consenso. Purtroppo il sistema televisivo che abbiamo contribuito a costruire non aiuta certo noi…

E’ necessario un grande sforzo e, soprattutto, la rimessa in discussione di un certo modo di essere.

3) La teoria del pendolo non funziona. Quella teoria che in modo mistico aspettava che la dx governasse per veder arrivare i voti al centro sinistra. Aspettare non paga più, i cittadini hanno bisogno di sentire vicina la politica e di riconoscerla nel loro quotidiano. Si può essere vicini con un lavoro sul territorio o con la forza dei media. I cittadini sembra che utilizzino la politica per veicolare le loro idee, non è più il tempo nel quale i partiti avevano l’autorevolezza di poterla proporre. Ecco allora che la dx gioca in casa rincorrendo  le soluzioni che, di volta in volta, la popolazione vuole. Siano esse le ronde o le veline nelle liste. Il centro sinistra deve lavorare ad affermarsi come punto di vista autorevole, preparato e in grado di portare il Paese da qualche parte. Non sarà facile trovare cittadini che si facciano solo portare…

Tags: berlusconi, PD, Politica

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