il dilemma Pomigliano

Sono con quelli che hanno votato NO ma capisco chi ha votato SI’. Il dilemma è tra lavorare con condizioni penalizzate rispetto al contratto di lavoro e senza diritti e perdersi nel lavoro nero o nella disoccupazione. Se vivessi a Pomigliano la certezza per il NO sarebbe stata minore, lo confesso. E’ stato importante che così tanto lavoratori abbiano espresso la loro contrarietà a comprimere ancora i diritti e le condizioni di lavoro per inseguire una produttività cinese.

Da una parte c’è un’azienda che cerca la competitività per entrare nei mercati internazionali con prodotti in grado di competere nelle aree a nuova crescita, dall’altra i lavoratori già provati da condizioni di vita e di lavoro assolutamente difficili per un paese occidentale. Se la Panda deve costare poco per competere con KIA, la TATA o per essere venduta in Turchia il problema non si risolve facilmente. Per me il problema è nella strategia complessiva di questo Paese.

Non vedo una contrapposizione tra Padrone e Sindacato, paradossalmente ho come la sensazione che tutti e due sono parte del problema. Da una parte il mondo imprenditoriale italiano che non ha compreso fino in fondo che la nostra attuale specializzazione produttiva (basata su prodotti di basso costo, manifattura con bassa innovazione, esportazione) non è più in grado di sostenere non dico la crescita ma neanche l’esistente. Non sono le statistiche sulla crescita delle esportazioni nel trimestre precedente che possono farci contenti perché il volume delle esportazioni ormai da anni non riesce a far crescere il Paese ai ritmi dei paesi OCSE. Dall’altra un sindacato che è legato all’impianto delle grandi fabbriche o luoghi di lavoro, ad un modello di rappresentanza e contrattazione invecchiato e infatti sempre più relegato a difendere lavoratori che invecchiano. Per mantenere questo modello si è così aperto ai giovani un mercato del lavoro dove o sei dipendente di una grande azienda (e da qualche tempo neanche questo basta) o sei senza diritti, senza garanzie, senza welfare. Forse era necessario porsi il problema che il lavoro stava cambiando e ha sempre meno un luogo (fabbrica o  altro), una mansione, un orario per essere misurato.

L’OCSE e l’Unione Europea sono ormai più di dieci anni che segnalano la necessità di cambiare modello, di puntare su prodotti e servizi con più alto contenuto di conoscenza. Tutti i maggiori paesi occidentali aumentano l’investimento in formazione, innovazione di prodotto e processo, nuovi settori come l’ICT o la green economy. Solo per parlare della formazione l’Italia è l’unico paese dell’OCSE che ha visto diminuire il numero di laureati nelle fasce giovanili (e prima eravamo sotto la media OCSE). In Italia la formazione universitaria, pur essendo un bene più scarso e per questo in teoria più pregiata, non produce una posizione sociale elevata.

Allora Pomigliano a me sembra più che il luogo di uno scontro tra lavoro e capitale (è anche quello) il livello di colmo di una strategia scellerata che ha perso venti anni intorno all’illusione che potesse tornare il boom economico degli anni sessanta o gli scoppiettanti anni ’80.

La politica in questo ha pesanti responsabilità. Ha inseguito il consenso generale senza porsi il problema di disegnare una strategia e di perseguirla. Era necessario un percorso di riforme incentrato anzitutto su una maggiore redistribuzione del reddito, una generale istituzione di un welfare di stampo europeo e di un enorme investimento verso la conoscenza per arrivare preparati a questo momento. Si è preferito sostenere da una parte un modello familiare di impresa che ha dimostrato i suoi limiti e dall’altra un modello di relazioni industriali che hanno detto ormai tutto ciò che potevano.

Abbiamo una classe imprenditoriale che, per la maggior parte, è fatta di un livello di formazione basso che vive nel benessere spesso più per l’abilità di muoversi con agilità nei meandri del fisco e della rendita che non per la reale capacità di competere innovando. Abbiamo una concentrazione troppo alta di servizi privatizzati nelle mani di “imprenditori”, con il risultato che, poiché è diventato difficile produrre prodotti, hanno preferito convertirsi nel produrre bollette (vedi autostrade, acqua, ecc.).

Le cose da fare non sono poi molte ma richiedono un enorme e profonda innovazione culturale da parte di tutti. Bisogna investire in conoscenza e innovazione, ridisegnare il sistema del welfare per fare una società che consenta al singolo di poter dare il meglio quando contribuisce alla crescita economica collettiva, dare spazio alle idee e ai nuovi settori produttivi, aumentare il livello di innovazione di quello che si produce già adesso in termini di prodotti e servizi. Se non mettiamo all’ordine del giorno questo tema corriamo il rischio di lacerarci inutilmente tra i sì e i no mentre il titanic affonda.

Tags: , economia, formazione, ict, Innovazione, Politica, sapere, welfare

Post correlati

Europa 2020

Nei giorni scorsi l’Unione Europea ha varato Europa 2020. I paesi membri, come al solito, sono stati invitati a investire maggiormente in ricerca e sviluppo(3%), investire in una politica per la società della conoscenza come fulcro dell’economia europea dei prossimi anni.

La ricetta è sempre quella e gli inviti si continuano a ripetere da anni ma poi gli stati membri continuano a fare come credono. In questa Europa che è unita ma quanto basta per non esserlo.

Quando ho letto le notizie di Europa 2020 mi è venuta in mente la politica del governo Berlusconi e ho pensato che fossimo stai espulsi dal’Unione Europea. Continuiamo a spendere troppo poco in ricerca (non arriviamo nemmeno all’1%) e il governo ha ridotto anche quest’anno gli investimenti. Il settore privato fatto di imprese fortemente manifatturiere e piccole, perlopiù gestite da imprenditori autodidatti, non riesce a uscire da una strategia basata sui bassi costi di produzione, “terzismo”, con eccezioni nei mercati del lusso che, tuttavia, segnano sempre di più il passo. Il settore privato dovrebbe investire molto di più in ricerca e sviluppo, comprendere che i beni prodotti (anche quelli manifatturieri) devono interiorizzare un livello di conoscenza e innovazione sempre maggiore per essere competitivi. Lo Stato dovrebbe fare una politica per aumentare il livello di formazione in tutto il paese, proprio in considerazione della così diffusa presenza di imprenditoria è necessario che il livello formativo sia capillare, elevato, in grado di aumentare la capacità delle imprese di comprendere il mondo che le circonda.

E’ finita l’epoca dell’artigiano che diventa piccolo industrialotto, il mondo sta cambiando ed è necessario che anche il nostro modello produttivo cambi. Eppure il governo ha approvato una norma sull’apprendistato che consente di completare l’obbligo scolastico con l’apprendistato. Uno scandalo.

Curioso di capire quale fosse la posizione del governo italiano sul Europa 2020 sono andato sul sito del governo e ho trovato:

La strategia Europa 2020, lanciata oggi dalla Commissione europea, individua gli strumenti e i percorsi più adatti per il rilancio dell’economia.

Il Governo italiano condivide e sostiene questa strategia: innovazione, centralità della piccola e media impresa, conquista dei mercati internazionali, valorizzazione del turismo saranno fondamentali per la competitività delle aziende.

L’occupazione generata dagli investimenti nelle nuove tecnologie sarà vera e duratura. E in questa strategia europea il Governo è convinto che il sistema produttivo italiano, fondato proprio sulla piccola e media impresa manifatturiera, potrà giocare un ruolo da protagonista.

Un comunicato che parla di manifattura e di turismo. TURISMO!?!? ma che c’entra?

In Europa parlano di economia della conoscenza e il governo italiano, come ormai ci ha abituato, non riesce nemmeno a capirne il contenuto.

Germania e Francia hanno unito le forze per avviare un programma di investimenti di 10 mld di euro in innovazione e sviluppo per superare la crisi e diventare competitivi nei prossimi anni. Uno sforzo che li sta premiando sia nel breve termine con un sistema industriale che sta riprendendo a crescere, sia nel lungo termine con investimenti nella direzione dell’economia della conoscenza. La Germania, che è forse la prima economia manifatturiera al mondo, ormai da diversi anni è anche il paese dove ci sono importantissime imprese software mondiali (SAP), è all’avanguardia nelle energie rinnovabili e in molti prodotti tecnologici, nella ricerca scientifica.

L’inesistente politica economia di Tremonti ci sta portando in una situazione molto pericolosa. In questa crisi stiamo depauperando ricchezza e, contemporaneamente, perdendo competitività. Con il tasso di crescita degli ultimi quindici anni (zero virgola qualcosa) per ritornare al PIL del 2008 (2 anni fa) dovremmo aspettare, secondo previsioni ottimistiche, il 2014 (tra 4 anni). Ma nel 2014 il mondo sarà cambiato e le economie dei paesi industrializzati si saranno riorganizzate mentre la nostra ancora arrancherà tra il mio delle grandi opere e quello del turismo (tra l’altro le due cose nemmeno stanno insieme perché non è raro vedere grandi opere che fanno scempio del territorio).

E’ urgente un cambio di passo, una classe dirigente che abbia la volontà di costruire il nuovo e che veda il futuro come qualcosa a cui non possa rinunciare. In Italia abbiamo tutte le energie per fare il salto ma è prima necessario che il vecchio sia spazzato via.

Tags: berlusconi, economia, ict, Innovazione, Politica, sapere, scuola

Post correlati

il GRID, la Rete e il CLOUD

Il nuovo paradigma di cui assistiamo l’imporsi è il paradigma della “intelligenza diffusa”(anche se guardando la televisione non sembra affatto…). Un paradigma che vede la rimessa in discussione di molte delle strutture organizzative e tecnologiche degli ultimi decenni.

La tecnologia è strumento di cambiamento organizzativo ma, quasi allo stesso tempo, conseguenza di assetti organizzativi nuovi. E così, ad esempio per la rete elettrica, si fa sempre più largo il paradigma del GRID ovvero di un sistema non basato su poche grandi centrali elettriche che producono energia per tutti ma di sistemi più piccoli e diffusi sul territorio che producono energia e si compensano l’uno con l’altro dove sia necessario. La rete elettrica costruita secondo un modello gerarchico che vede nodi principali frammentarsi fino alle derivazioni sembra non essere adatta a sistemi distribuiti dove ogni nodo può essere consumatore ma anche produttore di energia per gli altri. Una rete elettrica basata sul modello del GRID è altamente più affidabile, meno soggetta ai black-out, più sicura e, cosa non indifferente, anche in grado di produrre enrgia con costi minori in modo rinnovabile. Il modello del GRID è conseguenza della necessià di produrre energia rinnovabile, di produrla diffusa sul territorio e della possibilità, offerta dalla tecnologia, di aumentare il grado di “intelligenza” della rete.

Il modello del GRID è usato ormai da anni nei computer, esistono molti esperimenti internazionali che chiedono agli utenti di installare una piccola applicazione agli utenti su internet e contribuire in questo modo alla “donazione” di capacità elaborativa. Tutto questo funziona e consente a dei semplici PC da casa di far parte di potenti sistemi di calcolo complessi che sono in grado di erogare performance notevolmente più alte dei sistemi centralizzati ma, soprattutto, di continuare a funzionare e adattarsi se una parte dei sistemi si spegne o è occupato da altri calcoli.

Tecnologie che emulano il sistema adattivo del cervello in qualche modo. Le reti neurali intese come nodi di calcolo che collaborano da pari, diventano sempre più il paradigma per rispondere meglio a situazioni complesse e questi sistemi diventano anche modelli organizzativi. L’imprendibilità di al quaeda e la sua capacità autoadattiva dimostra l’efficacia di questi sistemi organizzativi anche rispetto a sistemi organizzativi tradizionali “ad alta efficenza” come l’organizzazione dell’esercito.

La stessa internet, nata per rispondere a situazioni critiche è tecnicamente organizzata con un modello di “peer”(Somebody or something who/that is at an equal level) che comunicano tra loro. La struttura internazionale di internet è data dalla collaborazione, secondo semplici regole, tra i diversi nodi. Solo con la progressiva privatizzazione della rete e la sua diffusione è emersa la gerarchizzazione della rete dove esistono un numero  di nodi che dipendono dagli operatori di telecomunicazione in modo gerarchico (anche perché gli operatori sono organizzati topologicamente come nella fonia). D’altra parte ad una rete di pari è più difficile imporre condizioni commerciali.

La struttura di internet consente alla rete di adattarsi quasi da sola nel caso alcuni nodi non siano disponibili e continuare a funzionare anche in condizioni molto critiche. La sicurezza di una rete così fatta è altissima così come l’affidabilità.

A questo modello di internet così basato sul peer-to-peer si è contrapposto un modello di centralizzazione dei servizi in rete. La nascita di nodi sulla rete che concentrano servizi a disposizione degli utenti. Il CLOUD altro non è che la nascita di di aggregati elaborativi che rendono disponibili ai computer di casa i servizi. i computer di casa hanno sempre meno necessità di avere capacità elaborativa e sempre più necessità di avere banda larga. In questo modo si rendono commerciabili i servizi ad un mondo che sta progressivamente apprezzando il paradigma dell’open source e che dunque è sempre meno disposto a comprare software. Il software aperto costituito da comunità di utenti autoorganizzate che sono in grado, senza un centro direzionale apparente, di creare e produrre beni di alta qualità e con un ottimo livello di produttività. Il modello organizzativo è paragonabile ad un GRID in cui ogni utente cede una parte del suo tempo elaborazione libero alla comunità producendo collettivamente nuova conoscenza.

Altro fenomeno che si accompagna al GRID è il cosidetto web 2.0. La produzione diffusa di contenuti da parte degli utenti è diventata un vero fenomeno. Con la disponibilità di tecnologie che consentono la gestione dei contenuti in modo sempre più semplice (le piattaforme blog, i social network, ecc.) la produzione di conoscenza avviene sempre più nei stessi luoghi del consumo. Nei fatti la conoscenza si avvia ad essere sempre più scambiata e arricchita tra pari e sempre meno fabbricata in centri di produzione culturale. Un modello che sta sconvolgendo l’industria che ruota intorno al copyright nata quando la riproduzione e produzione di conoscenza era molto costosa e necessitava una tutela diversa da ora.  Questo modello si sta diffondendo perfino nella ricerca scientifica dove esistono ormai modelli organizzativi che chiedono a studiosi di contribuire ad un progetto condividendo le proprie conoscenze in una comunità. Anche qui cade il modello fordista della “one best way” e prende piede un modello “emergente” di conoscenza scientifica che presuppone una diffusione più elevata di conoscenza nella società. Un bel libro che ne riprende diversi concetti è wikinomics.

Anche dal punto di vista della banda larga le tecnologie si stanno progressivamente orientando verso modelli meno gerarcici e più “intelligenti”. Le tecnologie wireless stanno diventando sistemi mesh, sistemi che mettono l’utente all’interno di una “maglia” con copertura internet e che, in modo intelligente, decidono quale è il percorso migliore per andare sulla Rete. Sistemi che non prevedono un modello gerarchico di connessione ad internet ma un modello a rete nel quale più punti di ingresso ala Rete sono utilizzati contemporaneamente in proporzioni diverse secondo le esigenze del momento.

Molte delle cose che abbiamo detto prima attualmente utilizzano una rete che topologicamente è costruita sulla base della rete telefonica analigica. Il sistema attuale della telefonia fissa è costruito secondo una topologia gerarchica nella quale i flussi vanno dall’utente finale al centro perchè nei centralini telefonici i fili vanno messi insieme e interconnessi da commutatori meccanici che consentono a due utenti di parlarsi. Nella telefonia analogica è necessario collegare il filo del microfono di un trasmettitore con il filo dell’auricolare dell’altro. La tipologia è rimasta la stessa quando è venuta la rete digitale perché costava troppo cambiarla e i risultati erano buoni poiché anche nel digitale esisteva una gerarchica tra server e client. on il tempo il concetto di server e client è venuto meno e ogni singola macchina è un nodo server/client. Oggi questo modello comincia a far fatica perché sempre più spesso sono gli utenti a produrre contenuti e la rete è pensata, in massima parte, per portare i dati agli utenti.

Il futuro avrà bisogno di  topologie differenti e vedrà la concorrenza delle tecnologie arrivare a casa degli utenti. Il futuro avrà bisogno di una topologia a maglia in cui ogni nodo può essere connesso a flussi concorrenti. L’ultimo miglio è uno dei principali colli di bottiglia del sistema e dunque un piano di infrastruttura di banda larga dovrebbe ragionare con questa visione prospettica. Quando le nostre case dipenderanno sempre più dalla loro connessione alla rete o perché la lavatrice si scaricherà la nuova versione dei programmi di lavaggio o perché il misuratore di pressione del nonno sarà connesso remotamente allo studio del medico di famiglia, non potremo permetterci di avere inteerruzioni o ritardi.

Il tema della neutralità della rete è in parte figlio di una infrastruttura gerarchica, se esistesse una rete ridondata nell’ultimo miglio i dati troverebbero il percorso più veloce a seconda della tipologia di traffico. Infine il tema della privacy che diventa critico in una rete in mano ad una sola organizzazione. Qui la moltiplicazione degli accessi consente di minimizzare il rischio di venire spiati e intercettati indebitamente, mentre non cambierebbe nulla per le normali operazioni di polizia

Anche dal punto di vista tecnologico si dovrebbe cominciare ad uscire dal paradigma della “one best way” di progettare/pensare la rete. Sarà presto necessario porsi il problema di un modello che si adatta al cambiamento di abitudini dei suoi nodi consentendo l’emersione di usi e applicazioni notevolmente differenti.

Così i fantomatici 800 milioni per la banda larga dovrebbero essere spesi cercando di uscire fuori dalla logica dell’operatore classico, del sistema gerarchico, del “modo migliore” di portare banda agli utenti. In realtà non esiste un “modo migliore” ma una pluralità di “modi migliori”. E’ necessario allora che un piano banda larga sia anzitutto un grande piano di governance delle telecomunicazioni che fissi regole puntuali per tutti i soggetti interessati, che stimoli tecnologie diverse (preferendo quelle più di frontiera in modo da diventare una leva di politica industriale), che crei un sistema “coopetitivo” tra operatori e soggetto pubblico. “Coopetitivo” nel senso che, fissate regole chiare e costituito un soggetto motivato e capace di farle rispettare, ogni attore interessato può costituire la rete nelle forme che meglio crede collaborando (in modo cosciente o meno) ad obiettivi comuni (coprire tutti gli utenti con un livello di qualità crescente e costi decrescenti) ma strade anche diverse. In questo modo si potrà avere una rete in grado di essere maggiormente affidabile, reggere meglio gli sviluppi futuri, sopportare le evoluzioni che noi oggi possiamo solo abbozzare, offrire il meglio dal punto di vista del servizio.

Dovremmo pensare ad una rete in grado di essere ridondante, con nodi collegati attraverso percorsi multipli (seguendo l’idea originaria del protocollo TCP/IP) fatti di tecnologie diverse (fibra, rame, powerline, wimax, hyperlan, lte, ecc…). Il futuro ci metterà a disposizione tutte queste tecnologie e sarà importante padroneggiarle tutte.

Purtroppo quando si sente parlare di banda larga spesso sembra che si parli di un progetto realizzato molti anni fa e non di un qualcosa che deve ancora venire. Con il piano Caio si sono accolte molte delle sollecitazioni che molti di noi hanno sollevato alcuni anni fa ma credo che si debba andare oltre e pensare un insieme di interventi che abbiamo due obiettivi concordanti: una offerta di banda larga minima in ogni angolo del Paese su cui gli utenti possono scegliere la migliore; cogliere l’opportunità per fare di un gap negativo (la diffusione della banda larga) una opportunità per posizionare la nostra industria tra i principali player internazionali. Il secondo obiettivo è figlio di un piano banda larga che non sia scopiazzato da quello che altri hanno pensato molti anni fa e che invece abbia una visione del futuro sapendo immaginare il nuovo.

Questo compito no può essere affidato solo a tradizionali ingegneri (detto così è schematico ma non basterebbe un libro a spiegarla e allora..).  L’ingegneria tradizionale è anche essa figlia del fordismo, presuppone esistano delle variabili chiare e un processo altrettanto chiaro di calcolo. In realtà qui sono chiare le specifiche e il modo per realizzarle è incerto e muta continuamente sulla base dei mutati comportamenti sociali di chi usa la rete. Ecco allora che non è utile pensare ad una azienda che costruisca la rete che tutti utilizzano perché la tecnologia, in questo caso, è una parte del modello sociale di chi la usa. E’ necessario pensare la rete con un grande processo “coopetitivo” nel quale più soggetti si confrontano facendo. E’ necessario partire con nuove variabili (per esempio chi ha detto che le centrali telefoniche attuali siano nel posto giusto per farci arrivare la fibra e non vi siano altri punti nel quali è più conveniente arrivare per connettere nodi in wireless o in altre tecnologie) e lasciare che il sistema si sviluppi liberamente.

Se anziché finanziare la realizzazione, facendo un’ipotesi tutta da verificare e solo a titolo di esempio,  si finanziasse la domanda di rete degli utenti e di fissasse la regola che la banda minima garantita debba aumentare del 10% ogni due anni coprendo il 100% del territorio e con l’etica di offrire un servizio all’avanguardia con i massimi livelli di servizio ci troveremmo in uno scenario diverso e nuovo. Si potrebbe dare un bonus agi utenti in digital divide per abbonarsi per due o tre anni all’operatore che ritengono migliore. Gli operatori sarebbero messi tutti nella condizione di avere utenti e dunque di avere un territorio “economicamente conveniente”. Gli investimenti diventerebbero giustificati e, chi non li fa, sarebbe condannato a perdere clienti sicuri. Questo comporterebbe la creazione di infrastrutture in competizione tra loro su tecnologie diverse e secondo uno schema oggi non ipotizzabile generando novità tecnologiche, innovazione, competizione, qualità. In una situazione di questo tipo potrebbero facilmente innescarsi investimenti in nuove tecnologie o forme organizzative se la legislazione non le bloccasse.

Forse dovremmo cominciare a ragionare su questi temi con qualche vincolo in meno.

“Per capire che una risposta è sbagliata non occorre un’intelligenza eccezionale, ma per capire che è sbagliata una domanda ci vuole una mene creativa” – Macchiavelli e i dirigenti di azienda- Anthony Jay 1968 Ed. Rizzoli

Tags: banda larga, economia, ict, Innovazione, Politica, rete, sapere

Post correlati

Articolo Recenti

commenti Recenti